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Impronte digitali

Di Maurizio Mensi
In Columnist
19/05/2017
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Strumenti antitrust per il mercato digitale

Lo scorso 6 maggio, con un’interessante analisi e considerata l’importanza che oggi rivestono i dati, l’Economist ha evidenziato la necessità di aggiornare con rapidità gli strumenti antitrust perché possano essere applicati a un mercato digitale ormai saldamente in mano a cinque colossi: Alphabet (la società madre di Google), Facebook, Apple, Amazon e infine Microsoft, sopravvissuto al passaggio dalla terza alla quarta rivoluzione industriale. Significativo il fatto che metà del denaro speso online finisca ad Amazon, mentre Google e Facebook incamerano gran parte delle risorse derivanti dalla raccolta pubblicitaria del settore digitale. Era stato peraltro il New York Times ad aprire, il 22 aprile, con un titolo ad effetto: “Is time to break up Google?”, il dibattito sull’opportunità di adottare drastiche misure di deconcentrazione e dismissione. Avere dimensioni rilevanti per un’azienda non è certo una colpa ma “in una società democratica l’esistenza di vasti centri di potere privati è pericoloso per la vitalità di un popolo libero”, come rilevava all’inizio del secolo scorso Louis Brandeis, giudice della Corte suprema Usa, citato dal New York Times. In effetti, molto è cambiato rispetto a qualche anno fa: la gran quantità e varietà dei dati in circolazione ha cambiato la natura stessa della competizione fra imprese, la cui verifica deve essere svolta con metodi, strumenti e rimedi adeguati ed efficaci.

I giganti della tecnologia hanno sempre beneficiato di economie di scala e dei “network effect” (più Facebook ha iscritti, più diventa interessante per gli altri iscriversi al servizio), ma il loro potere è andato ben al di là una mera dominanza economica per coinvolgere delicati profili che attengono all’accesso all’informazione e incidono sugli stessi meccanismi di formazione del consenso. Tutto ciò in virtù del potere dei dati, che consegna il mercato a chi ne abbia controllo e capacità di analisi (Google vede quello che le persone cercano, Facebook quello che condividono, Amazon quello che comprano) e consente di giocare d’anticipo rispetto alle mosse dei concorrenti. Come rilevato dalla Commissione europea nei recenti casi WhatsApp/Facebook e Microsoft/ Linkedin, non si può fare di tutta l’erba un fascio perché i dati non sono tutti uguali (dati grezzi o replicabili dagli altri concorrenti non attribuiscono di norma significativi vantaggi). Però, un mercato condizionato da barriere all’ingresso e da un sistema di early warning quale quello delineato impone un deciso salto di qualità, da parte di regolatori e autorità antitrust. Al riguardo, un esempio lo fornisce il legislatore tedesco che ha recentemente introdotto il possesso di dati quale elemento da considerare nel controllo delle concentrazioni così da rendere possibile lo scrutinio di operazioni che, altrimenti, solo sotto il profilo economico non avrebbero superato le soglie di rilevanza economica.

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