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Il rischio di una nuova Libia in Siria. Parla il generale Jean

Di Emanuele Rossi
In In Evidenza
07/04/2017
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“Il problema grande della Siria è il dopo Assad, il rischio che si trasformi in una nuova Libia” una volta destituito il dittatore: “E per mantenere l’ordine occorre che qualche generale, potente, si schieri contro il presidente, si mantenga l’esercito in piedi e si ricostruisca lo stato da lì”. Commenta così il raid ordinato da Donald Trump contro una base siriana Carlo Jean, generale e professore di studi strategici alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Luiss e alla Link Campus di Roma, secondo cui Trump ha voluto mandare un messaggio ad Assad non solo di tipo militare ma anche politico, e non soltanto indirizzato alla Siria.

Il segnale
Perché un segnale? “Quello di questa notte – risponde Jean – è un avvertimento. Infatti di tutte le dozzine di basi militari siriane ne è stata colpita soltanto una”. Dunque la mossa ha anche un valore simbolico per il generale. Secondo gli americani è infatti quella da cui è partito il bombardiere che ha sganciato gli ordini al sarin che martedì hanno ucciso più di settanta persone, molti bambini, a Khan Sheikhun, cittadina in mano ai ribelli nell’ultima fascia di territorio siriano dove le opposizioni (mescolanza, ormai, di gruppi jihadisti e più moderati) tengono terreno contro il governo. La ritorsione per aver violato le leggi di guerra con l’attacco chimico sono il motivo per cui Washington ha colpito la Siria.

Messaggio politico agli alleati siriani
“E l’avviso – continua il generale – non riguarda solo il rais Bashar el Assad, ma anche i suoi alleati, Russia e Iran: Trump sta dicendo a loro che intende fare sul serio e che non devono spingersi troppo oltre”. Come reagirà la Russia, che sta dando sostegno in prima fila a Damasco, sia militarmente che diplomaticamente? “Mosca abbozzerà. Ci saranno gli ovvi e rituali messaggi di condanna, le proteste anche animate a livello diplomatico, dirà che Washington ha agito a livello unilaterale e questo è fuori dal diritto (nel frattempo già lo ha fatto, ndr), ma niente di più”. Perché? Ossia, nessuna rappresaglia? “Mosca seguirà questa linea perché non sarebbe mai in grado di sostenere un’escalation militare contro gli Stati Uniti. Immaginiamo la potenza di fuoco che potrebbe scatenare l’America se portassero nella zona altre tre o quattro portaerei”. Certo, continua Jean, se gli americani dovessero intraprendere una campagna aerea più intesa e profonda, “allora potrebbero usare le batterie schierate in Siria, ma non credo che questo succederà”. Che cosa fermerà Trump? “Il problema grande della Siria è il dopo Assad, il rischio che si trasformi in una nuova Libia” una volta destituito il dittatore: “E per mantenere l’ordine occorre che qualche generale, potente, si schieri contro il presidente, si mantenga l’esercito in piedi e si ricostruisca lo stato da lì”. Un processo su cui la Russia avrebbe un ruolo. Insieme c’è la guerra allo Stato islamico.

Il contesto temporale
C’è anche una circostanza temporale da tenere d’occhio, dicevamo? “Certo, non deve sfuggire che l’attacco in Siria è stato lanciato da Trump mentre negli Stati Uniti era presente, in visita ufficiale, il presidente cinese Xi Jinping“. Perché è importante? “La Casa Bianca ha lanciato un doppio messaggio, perché mentre colpiva Damasco, ha fatto capire a Pechino che potrebbe essere pronta anche per azioni in Corea del Nord, se la Cina non si muove per contenere la minaccia nucleare che Pyongyang rappresenta”. Strategicamente e tatticamente però le situazioni sono diverse. “Sì, chiaro: attaccare il Nord richiede un’azione molto più massiccia, perché Assad molto probabilmente lancerà qualche invettiva ma niente di più, invece Kim potrebbe avviare, se colpito, una rappresaglia anche molto potente”. Che cosa significare attaccare la Corea del Nord, dunque? “Significa mettere in sicurezza Seul, dove ci sono 15 mila bocche di fuoco nordcoreane puntate lungo il 38° parallelo, che secondo le simulazioni militari fatte potrebbero produrre, seppur arrugginite, qualcosa come duecento mila morti nella capitale della Corea del Sud. Per colpire Pyongyang non basta una salva di missili da due cacciatorpediniere, ma serve un’azione profonda per disarticolare l’apparato militare di Kim: anche in prospettiva del rischio che usi l’atomica”.

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