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Il barone rosso

Di Alessandro Politi
In Columnist
26/06/2014
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La parabola del Libro Bianco

C’era una volta una ministra della Difesa di una media potenza che decise di riunire una trentina di teste d’uovo attorno a un tavolo per raccoglierne le valutazioni sul mondo in modo da arricchire un libro bianco. Immaginatevi la gradita sorpresa dei cervelloni abituati a essere ascoltati a geometrie variabili (ovvero chi è dentro è dentro, gli altri fuori e afoni). Nonostante vi fossero fra loro diversi veterani resi cinici dall’eccessiva frequentazione con i politici, l’impressione generale fu buona: più della metà si mise a vergare il succo del proprio pensiero, distillato in decenni d’esperienza e tutte le studiose si misero all’opera (due, pari al 6,4% del contingente). E poi venne il gran giorno e, dietro al velame strano di gerghi e trilli primadonneschi, qualcosa emerse. Primo, la Cina non è vicina. Sull’insieme dello scritto, la Cina è menzionata direttamente o indirettamente per il 15% dell’impaginato e ancor meno durante le discussioni. Tranne che per poche persone, sembra un elemento cui prestare attenzione per dovere accademico, ma senza coglierne il potenziale già espresso. Per molti il mondo è rimasto neotolemaico bipolare. Secondo, l’America è al contrario vicinissima nei pensieri, tanto nel seguirne spassionatamente l’evoluzione verso altri teatri e l’allontanamento strutturale almeno dal 2003, sia nel lamentarne la distanza strategica, sia nel proclamarne la centralità politica. Una fissa trasversale che taglia sensibilità politiche e attaccamenti transatlantici, comprensibile, ma non sempre aderente alla Realpolitik. Terzo, la Germania è invece apparsa sugli schermi radar di diversi analisti. La maggioranza ne sottolinea l’anelito a riprendere un ruolo mondiale, la minoranza la sua scarsa leggibilità politico-strategica. È come se fosse comparso un Ufo di cui si sa che vola, ma del quale non si riesce a decifrare la logica aliena, cosa sorprendente per una democrazia di mercato. Quarto, l’Europa e l’Italia in quanto oggetti noti, hanno raccolto la maggior quantità di luoghi comuni… peccato. Infatti da una parte, nonostante l’assalto finanziario subìto, l’Ue dispone di una potenza di fuoco ben superiore al suo bilancio ufficiale: 1 trilione d’euro subito per l’unione economica che si sta realizzando e 25-50 trilioni di euro nel giro di un quinquennio per finanziare programmi strategici. Dall’altra, nonostante una classe dirigente generalmente di basso livello, Roma non è davvero all’anno zero in materia di pensiero strategico. Un nucleo di decisori capaci esiste, i soldi si possono trovare tassando i soliti furbi, le risorse umane sono di livello e il pensiero visionario non manca. Con l’andazzo corrente la Penisola riuscirà forse a galleggiare, vivendo invece un cambiamento profondo, sarà allora un Paese di punta. Un cigno nero, insomma, per gli specialisti che non guardano oltre le siepi accademiche e politiche.

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