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Come contrastare la minaccia jihadista che arriva dai Balcani

Di Stefano Pioppi
In In Evidenza
16/03/2017
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Sicurezza partecipativa, approccio olistico e integrazione euro-atlantica. Così si contrasta la minaccia della radicalizzazione jihadista nei Balcani secondo quanto emerso dall’evento organizzato oggi alla Camera dalla delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della Nato e dal Centro studi internazionali (Cesi) di Andrea Margelletti. Altrimenti, si corre “il rischio di sottostimare il tema dei Balcani e di lasciare la regione in mano ad altri”, ha avvertito il presidente dell’Assemblea parlamentare della Nato Paolo Alli. Si tratta di una regione che lo stesso Alli definisce “l’hub europeo del terrorismo”, e che il presidente della delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della Nato Andrea Manciulli descrive come “la base logistica per un fenomeno che può interessare l’Europa”.

La strategia dell’Isis
Sicuramente, per quanto concerne il contrasto europeo al terrorismo, i Balcani rappresentato una regione a lungo dimenticata rispetto al fronte nord africano, il quale ha attirato su di sé la gran parte dell’attenzione politica e mediatica. Eppure, proprio ora che l’Isis arretra sul campo del Siraq, l’area balcanica potrebbe rivelarsi di prioritaria rilevanza per il cambio di strategia che il terrorismo islamico starebbe attuando. Infatti, come ha ricordato il direttore della Scuola del Dis, Paolo Scotto di Castelbianco, “alla riduzione territoriale e simmetrica del Daesh, molto spesso corrisponde un aumento dell’impegno asimmetrico”. Proprio questo starebbe avvenendo oggi. La Relazione annuale dei servizi segreti nazionali per il 2016, ha rimarcato Castelbianco, ha evidenziato proprio “l’arretramento dei flussi verso il teatro siro-iraqeno e il calo dell’attrazione del Daesh”. Rispetto solo a qualche mese fa dunque, si intravede “un verosimile rovesciamento strategico verso Occidente piuttosto che di attrazione di foreign fighter”, ha aggiunto Castelbianco.

Le cause della proliferazione
Il tema è quello del returning, cioè di quei combattenti che lasciano il teatro siro-iracheno per far ritorno ai proprio Paesi di origine, con la stessa radicalizzazione con cui erano partiti ma con una maggiore formazione e predisposizione al combattimento. I Balcani, da cui sono arrivati molti combattenti per l’Isis, sarebbero ora particolarmente interessati da tale fenomeno. Ciò, hanno concordato gli speaker intervenuti, sta sicuramente alimentando la proliferazione del radicalismo jihadista, ma non ne è né la prima né l’unica causa. Alla base della diffusione dell’ideologia salafita nella regione, c’è prima di tutto un contesto socio-economico fragile, ci sono istituzioni statali deboli, crescita assente e alta disoccupazione. Questi elementi creano occasioni per proliferazione e radicalizzazione. Manciulli spiega il tutto con “la teoria degli spazi vuoti”, ovvero di quelle lacune geopolitiche, sociali ed economiche che “il terrorismo cerca di occupare”. Tali spazi si trovano anche in Europa, “nelle crepe dell’Occidente più strutturato” come le periferie di Parigi o Bruxelles.

La risposta operativa
Di fronte a questa evoluzione della minaccia terroristica, la risposta ha necessariamente una doppia faccia, operativa e politica. Per quanto riguarda il lato operativo, rispetto agli altri Paesi europei, l’Italia può vantare la professionalità e l’esperienza maturata nel contrasto al terrorismo politico degli anni di piombo. Dalla lezione appresa in quella tragica fase storica e dall’intuizione del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, nacque il Raggruppamento operativo speciale (Ros) dei Carabinieri, oggi guidato dal generale Giuseppe Governale. E proprio il Ros, così come le altre Forze di polizia e il comparto intelligence, adatta ora la sua azione di contrasto al terrorismo per una minaccia decisamente diversa rispetto al passato. “Siamo già molto avanti per ciò che concerne l’analisi del web”, ha assicurato il comandante Governale, ma “ci stiamo preparando per l’undercover”.

E quella politica
Dal punto di vista politico, la risposta alla proliferazione del radicalismo islamico nei Balcani non può di certo esaurirsi entro i confini nazionali. Sono d’accordo su questo Paolo Alli e Andrea Manciulli, che intravedono nella Nato l’attore internazionale privilegiato per supportare la regione. Per il primo, occorre “tenere accese le ambizioni di integrazione euro-atlantica di questi Paesi”. In altre parole, “l’impegno dell’Italia, dell’Europa e della Nato deve essere quello di non farli sentire soli”, ha aggiunto Alli. Per il secondo, bisogna coinvolgere i Paesi della regione balcanica nelle pratiche di repressione e prevenzione che già appartengono alla Nato. “Bisogna che lo facciamo con lo stesso obiettivo e con gli stessi standard”, ha detto Manciulli. In ciò, il “ruolo dell’Italia è essere il Paese che più di altri ha interesse affinché queste comunità e questi Paesi operino in collaborazione con la Nato”. All’interno dei confini nazionali intanto, lo sforzo politico si compone anche del disegno di legge sulla deradicalizzazione che sarà in aula il prossimo lunedì, firmato proprio da Andrea Manciulli e dal questore della Camera Stefano Dambruoso.

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