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Le previsioni del Dis su terrorismo e Libia

Di Stefano Vespa
In In Evidenza
28/02/2017
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Le inefficienze di alcuni Stati europei aumentano i rischi di attentati terroristici per tutti: infatti, c’è chi non è in grado di censire i propri “cittadini che hanno raggiunto Siria e Iraq”, elemento indispensabile per ricostruire le relazioni nazionali e internazionali. Ciò consente più facilmente il ritorno dei combattenti eludendo i controlli alla frontiera. Questo passaggio è contenuto nella relazione annuale al Parlamento sulla politica dell’informazione e la sicurezza curata dal Dis, diretto dal prefetto Alessandro Pansa (in foto), ed è sufficiente per spiegare che la lotta al terrorismo non consiste solo nella prevenzione e nelle indagini, ma purtroppo è complicata anche dall’inadeguatezza di alcuni. Con conseguenze per tutti. Aumenta così il pericolo dei foreign fighter che possono essere indirizzati da qualcuno rimasto nel quadrante siro-iracheno o comunque di soggetti che circolano liberamente senza essere individuati.

Rischio radicalizzati in casa
Confermato che, com’è noto da tempo, una sconfitta militare e una riduzione del territorio controllato dall’Isis aumentano la possibilità di attentati in Occidente come reazione, l’Italia resta a rischio non solo perché c’è il Papa ed è obiettivo mediatico della metaforica “conquista di Roma”, ma anche per il ruolo internazionale nella lotta al terrorismo e in particolare in aree di crisi come la Libia. Nella relazione dei servizi segreti la principale preoccupazione è rappresentata dai “radicalizzati in casa”: si indottrinano sul web, fanno proselitismo e cercano di raggiungere i territori dell’Isis, ma le sempre maggiori difficoltà di viaggio verso quelle aree aumentano il rischio che decidano di “compiere il jihad direttamente in territorio italiano”. A questo proposito nella relazione è ricordata l’operazione di polizia del 28 aprile 2016 chiamata “Terre vaste” nella quale furono arrestate sei persone residenti in Italia: emerse che uno straniero partito dalla Penisola nel 2015 verso zone di guerra insistette molto con soggetti rimasti in Italia perché agissero qui anziché partire. Inoltre, si aggiunge che l’Italia potrebbe costituire “una via di fuga verso l’Europa per militanti del Califfato presenti in Libia o provenienti da altre aree di crisi, una base per attività occulte di propaganda, proselitismo e approvvigionamento logistico, nonché una retrovia o un riparo anche temporaneo per soggetti coinvolti in azioni terroristiche in altri Paesi, come verosimilmente accaduto nel caso dell’attentatore di Berlino, Anis Amri”.

A rischio gli interessi italiani all’estero
La rivalità tra al Qaeda e Isis continua perché ciascuna organizzazione pretende la leadership, eppure i Servizi non escludono la possibilità di convergenze tra loro per realizzare attentati in Europa e negli Stati Uniti. In questo scenario, la nostra intelligence considera ancora molto esposti gli interessi italiani all’estero, soprattutto “nelle aree direttamente interessate da conflitti e in quelle più vulnerabili al richiamo dalle istanze jihadiste”: l’esempio più eclatante fu l’attentato del 1° luglio in un ristorante di Dacca. Inoltre, viene confermato che i due principali gruppi terroristici stanno aumentando la propria presenza in Afghanistan, che potrebbe diventare una nuova area di attrazione per foreign fighter: proprio dal quadrante Af/Pak (Afghanistan-Pakistan) potrebbero tornare mujahidin di origine europea. A questo proposito, è inevitabile ricordare la presenza in Afghanistan dei contingenti internazionali nella missione Resolute Support (nella quale l’Italia ha un migliaio di uomini) sulla quale presto i Governi interessati dovranno decidere il da farsi.

Immigrazione e sicurezza
Presentando la relazione con il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, Pansa ha tra l’altro spiegato che una collaborazione tra criminalità e islamismo radicale si concretizza anche fornendo falsi documenti di identità e di viaggio che facilitano i movimenti nell’area Schengen, come hanno fatto due degli attentatori di Parigi, nel novembre 2015, che avevano attraversato così la dorsale balcanica. I Balcani, infatti, restano un hub per il terrorismo jihadista mentre finora non ci sono prove di infiltrazioni tra i migranti che arrivano via mare. Piuttosto, nella relazione si evidenziano i molti problemi connessi con l’immigrazione in Italia: uno stress per le comunità straniere che non riescono ad assorbire i nuovi arrivati con il rischio di “possibili derive criminose e islamico-radicali” a causa del risentimento e di aspettative tradite; un incremento dello sfruttamento nel lavoro nero; un maggiore affollamento nelle strutture di accoglienza; una convergenza tra organizzazioni criminali nazionali e transnazionali nel business dei clandestini; l’aumento dell’uso di sistemi informatici per il trasferimento dei proventi illeciti dal traffico di migranti. La rotta mediterranea è inoltre la più battuta per arrivare in Europa attraverso l’Italia soprattutto da chi proviene dal Corno d’Africa e dal Golfo di Guinea. I Servizi sono pessimisti sulla Libia: la precarietà della situazione continuerà anche quest’anno e potrebbe ulteriormente deteriorarsi.

Allarmi continui
La sfida che riguarda tutti i cittadini è quella di continuare a vivere normalmente. L’ha ribadito Gentiloni dicendo che alle minacce alla sicurezza “non si risponde chiudendosi, ma accettando la sfida. Più sicurezza non vuol dire meno libertà. I cittadini italiani possono essere certi non della mancanza di minacce perché sarebbe un’illusione, ma della qualità molto alta di chi lavora per contrastarle”. Una lotta, quella al terrorismo, che può trovarsi ad affrontare anche un attacco Cbrn (chimico-batteriologico-radiologico-nucleare), ipotesi che impegna le intelligence di tutto il mondo anche se finora sembra che le capacità di guerra chimica siano piuttosto limitate. Fondamentale, dunque, una sempre maggiore collaborazione. L’allarme più recente è stato dato da Max Hill, nuovo supervisore antiterrorismo di Londra, in un’intervista al Sunday Times: la Gran Bretagna, ha detto, “è sotto una minaccia di attentati che non era mai stata così alta dai tempi delle bombe dell’Ira, negli anni ’70”. L’Isis sta pianificando “attacchi indiscriminati su civili innocenti” su una scala simile a quella dei paramilitari separatisti nord irlandesi che negli anni ’70 causarono oltre 2 mila morti. Nel mirino ci sono le città del Regno Unito e c’è “un enorme rischio che nessuno di noi può ignorare”.

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