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Alitalia tra piano industriale e ipotesi commissariamento

Di Fernando Pineda
In In Evidenza
28/02/2017
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“Alitalia, allarme di Stato” questo il titolo principale di Repubblica dell’altro ieri. Per il quotidiano diretto da Mario Calabresi sul tavolo di Palazzo Chigi è pronta la scelta estrema del commissariamento.

Si tratterebbe di un deja vu dopo nove anni, quando nel 2008, l’allora presidente del consiglio Romano Prodi nominò l’ex ministro delle Finanze Augusto Fantozzi commissario della compagnia aerea dopo i due tentativi falliti di trovare un compratore: la gara pubblica voluta dal titolare del Mef, Tommaso Padoa-Schioppa, spentasi per il ritiro di tutti gli iniziali precedenti (in principio ai nastri di partenza c’era anche la Management & Capitali dell’ingegner Carlo De Benedetti) e il successivo tentativo del presidente Maurizio Prato di avviare una trattativa privata con Air France-KLM, dopo averla preferita alle offerte dell’Air One di Carlo Toto all’epoca affiancato da Corrado Passera a capo di Intesa Sanpaolo. Quando il presidente di Air France KLM, Jean Cyrill Spinetta, gettò la spugna per l’opposizione del sindacato dei piloti Anpac e per le proteste di Silvio Berlusconi sulla svendita della compagnia di bandiera, Prato pronunciò la celebre frase: “qui ci vuole un esorcista”.

Un nuovo commissariamento sarebbe però la soluzione estrema. Proprio perché si tratta di un percorso noto, il governo vorrebbe evitare un nuovo psicodramma sociale e politico come quello precedente, quando in oltre 7mila persone persero il lavoro per una soluzione di breve respiro, quella dei capitani coraggiosi guidati da Roberto Colaninno, che dopo 5 anni ha portato 2mila nuovi esuberi per facilitare l’operazione Etihad Airways. Per molti sembrava la soluzione finale, in senso positivo. La soluzione per dare finalmente una robustezza industriale e finanziaria ad un’azienda che per troppi anni ha sofferto di nanismo nei confronti delle sue rivali storiche come Lufthansa e British Airways. Invece, l’ingresso della compagnia di Abu Dhabi ha portato un nuovo, ennesimo, avvitamento, con una nuova situazione disperata. Il piano industriale voluto da James Hogan – il presidente di Etihad, che lascerà a giugno – era però incentrata sul tentativo di creare una compagnia “sexy e a 5 stelle”, puntando ad una nuova immagine un po’ retro su divise, livree, logo. Un tentativo, un po’ anacronistico forse, di rifarsi all’allure degli anni Cinquanta.

La situazione, ora, è davvero ad un passo dal fallimento. L’amministratore delegato, Cramer Ball, australiano come Hogan, domani 27 febbraio presenterà in consiglio di amministrazione il piano industriale per rilanciare la compagnia cercando di ritrovare la coesione tra gli azionisti. C’è molta irritazione negli azionisti italiani, che detengono il 51% della compagnia. Si tratta di una serie di soci, racchiusi nella società CAI, che sono in particolare istituti di credito (Unicredit, Intesa Sanpaolo, Monte dei Paschi, Banca popolare di Sondrio), Poste italiane e Atlantia. Gli azionisti italiani vincoleranno probabilmente il sì al piano con il passo indietro dell’amministratore delegato Ball.

Il piano dovrebbe prevedere una drastica riduzione di costi, con una compagnia sul medio raggio con meno aerei e un servizio asciugato al livello delle low cost, e un ampliamento – lento e graduale – sul lungo raggio. Basterà? Difficile dirlo. Intanto il piano prevede anche nuovi sacrifici occupazionali. Le ultime indiscrezioni, pubblicate dal Messaggero e dal Sole 24 Ore, parlano di una forbice tra 1.500 e 4000 esuberi. Cifra monstre che ha fatto infuriare il ministro per lo Sviluppo economico Carlo Calenda, che ha duramente attaccato il vertice della compagnia per le divisioni interne e per l’assenza di autocritica sulle ultime decisioni.

Certo il fallimento preoccupa gli attuali amministratori per possibili pieghe giudiziarie. In questi due anni nel cda di Alitalia le decisioni sono state assunte da un board formato da personalità di rilievo come il presidente Luca di Montezemolo, l’attuale ceo Unicredit, Jean Pierre Mustier, l’ex presidente della Fondazione Mps, Antonella Mansi, l’attuale presidente Saipem, Paolo Andrea Colombo, l’ex dg della Iata Giovanni Bisignani, oltre ai già citati Ball e Hogan. Giova ricordare che il precedente fallimento di Alitalia ha poi avviato una lunga inchiesta della magistratura sugli ex manager Alitalia, per bancarotta fraudolenta. Giancarlo Cimoli e Francesco Mengozzi hanno già subito una condanna in primo grado.

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