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Le sfide internazionali secondo l’intelligence

Di Alma Pantaleo
In In Evidenza
27/02/2017
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In uno scenario aperto, fluido e interconnesso, il 2016 rispetto agli anni precedenti è stato caratterizzato da importanti fattori di discontinuità negli equilibri geopolitici e strategici causati dalla quantità e dalla rilevanza degli eventi verificatisi. Due su tutti: la vittoria al referendum della Brexit e l’avvento dell’amministrazione Trump. Parte da questa premessa la Relazione 2016 sulla Politica dell’Informazione per la Sicurezza, pubblicata oggi dalla presidenza del Consiglio, che sottolinea quanto siano rilevanti le sfide con cui l’intelligence è chiamata a confrontarsi nello svolgimento della propria missione di tutela della sicurezza nazionale.

Rispetto a tali obiettivi il rapporto declina, integrando sviluppi d’area e fenomeni di minaccia, le linee dell’azione intelligence nel corso del 2016. Il primo tema affrontato – forse il più cruciale – è quello della minaccia jihadista. L’anno conclusosi da poco è stato da un lato, segnato da un significativo arretramento territoriale dell’Isis nei quadranti di riferimento determinato dall’intervento militare della Coalizione, dall’altro, un’accentuazione della risposta asimmetrica al di fuori dei territori di elezione mediante un’intensa campagna di attentati terroristici, in Europa e in altri importanti teatri.

Dalla relazione emerge anche come, in questo quadro, il rischio di attacchi Cbrn, ovvero con armamento chimico-batteriologico-radiologico-nucleare, da parte di organizzazioni terroristiche resti alla costante attenzione della Comunità internazionale e degli Apparati di intelligence di tutto il mondo. Nello specifico, “in relazione al deal iraniano, continua lo stretto monitoraggio dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) sull’attuazione del Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa) siglato a Vienna il 14 luglio 2015″.

In riferimento all’attivismo coreano, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, a marzo scorso ha emanato un nuovo impianto sanzionatorio nei confronti della Corea del Nord, che implementa, aggravandole, le misure previste dalle precedenti deliberazioni delle Nazioni Unite. Sul fronte libico, “la precaria situazione di sicurezza ha contribuito ad imprimere una accelerazione al processo di smantellamento dell’arsenale chimico locale, costituito da precursori“.

Secondo quanto riporta la Relazione 2016, l’attività informativa e di analisi sul versante del finanziamento al terrorismo ha fatto emergere “una sempre più accentuata tendenza alla diversificazione sia nelle fonti di approvvigionamento di risorse economiche, sia nei canali e negli strumenti di trasferimento dei fondi“. La primaria fonte di entrate di Daesh, in particolare in Siria e Iraq, è stata ancora identificata nel commercio illegale di prodotti petroliferi estratti dagli oil field all’interno e all’esterno delle aree occupate, con traffici attestati su volumi considerevoli. In Libia, i successi registrati sul piano militare dalle milizie anti Isis “hanno intaccato le capacità di finanziamento dell’organizzazione terroristica. Particolare criticità hanno rivestito le potenziali interazioni tra gruppi terroristici e network criminali attivi nel traffico di esseri umani e nelle relative condivisioni dei proventi illeciti“.

Le mire espansionistiche dello Stato Islamico nel quadrante afghano-pakistano sono parse ancora sostenute dalle contribuzioni di sponsor localizzati nella Penisola arabica, oltre che da quelle rese disponibili dai vertici dell’organizzazione. Questi flussi finanziari hanno registrato, nei primi mesi del 2016, un trend in ascesa, a cui ha corrisposto una progressiva contrazione di quelli diretti alle formazioni Taliban che hanno mantenuto comunque significative capacità operative e finanziarie.

Per quanto riguarda il monitoraggio intelligence sul territorio nazionale, specifica attenzione è stata posta sui “flussi finanziari movimentati – sia attraverso il sistema hawala, sia mediante la complicità di money transfer – da elementi a rischio potenzialmente in grado di offrire sostegno a strutture jihadiste operanti nei Paesi di origine” e attività rientranti nell’area del “microcredito”.

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