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Come procede la guerra all’Isis in Iraq e Siria

Di Emanuele Rossi
In In Evidenza
22/02/2017
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Domenica, in diretta sulla tv statale, il primo ministro iracheno Haider al Abadi ha annunciato l’inizio di quella che dovrebbe essere la fase finale della riconquista di Mosul, la capitale dello Stato islamico. Al Abadi era rientrato in Iraq dopo diversi incontri avuti a Monaco con controparti occidentali (per esempio, con il ministro degli Esteri italiano Angelino Alfano). Durante queste conversazioni potrebbe aver ricevuto rassicurazioni sulla copertura, in particolare dalle delegazioni americane, e per questo deciso di procedere con l’annuncio di questo step comunque previsto. Lunedì a Baghdad è arrivato anche il capo del Pentagono, James Mattis, a rassicurare la presenza americana e a mettere una pezza su alcune posizioni prese dalla Casa Bianca (una su tutte: l’Iraq era tra i paesi colpiti dal provvedimento restrittivo sull’immigrazione attualmente in riesame). Mattis è un pozzo di conoscenza sia per quel che riguarda il territorio sia dal punto di vista strategico: è stato uno dei comandati che ha guidato una decina di anni fa la temporaneamente positiva lotta ad al Qaeda in Iraq, il prodromo dell’attuale Califfato. Il segretario alla Difesa ha avuto anche un incontro personale con il comandante in capo della missione americana in Iraq, generale Stephen Townsend: tra una settimana scade il termine di 30 giorni dato da Trump ai generale per presentargli un nuovo piano contro l’IS, e forse c’è stata qualche anticipazione.

L’azione su Mosul
Su Mosul c’è un’offensiva in piedi da ottobre 2016, guidata da terra del governo iracheno, forte del sostegno delle milizie sciite filo-iraniane e dei Peshmerga curdi, e protetta dall’alto dagli aerei della Coalizione internazionale a guida statunitense. Gli americani hanno comunicato inoltre di aver schierato anche 450 advisor militari (leggasi forze speciali) in prima linea con l’esercito iracheno; insieme a loro altri team dagli eserciti occidentali, in un rinforzo programmato che ha avuto l’azione sulla porzione orientale come aggiustamento operativo. La campagna di riconquista della seconda città irachena per dimensioni ora passa alla fascia ovest (ossia, a ovest del fiume Tigri), mentre tutta la porzione orientale, circa il 60 per cento del territorio cittadino, è già in mano alle forze di riconquista. Si passa da sud (primo obiettivo l’aeroporto spiega il New York Times), perché tutti e cinque i ponti di collegamenti sono stati bombardati, e questo è una soltanto delle complicazioni tattiche. Si crede infatti che gli scontri futuri saranno più duri di quelli visti finora, perché i baghdadisti si sarebbero raggruppati su quella linea difensiva e perché la conformazione urbanistica di quei quartieri è ancora più adatta per la guerriglia jihadista (ultimamente migliorata anche dall’uso di piccoli droni armati). Ci sono inoltre 800mila civili, secondo le stime delle Nazioni Unite, che vivono ancora in quell’area occupata dal Califfato, per questo il governo iracheno nei giorni scorsi ha lanciato dall’alto volantini che indicavano le linee guida da seguire per non finire sotto il fuoco degli scontri e davano una sorta di ultima possibilità ai combattenti del Califfo di arrendersi (“Deponete le armi, siete ancora in tempo”).

La stretta sulle roccaforti
C’è un dato inoppugnabile: lo Stato islamico sta continuando a perdere territorio nel Siraq, ossia nelle aree in cui il Califfato si è impostato nel giugno del 2014. E con questo perde molti dei ricavi che lo avevano reso potente, perché sono quasi esclusivamente legati al territorio occupato. Le zone di elezione califfale sono oggetto di campagne militari che hanno messo tra gli obiettivi le due principali roccaforti, Mosul come Raqqa in Siria. Le Syrian Demorcatic Force, la coalizione molto curda e un po’ araba sostenuta dagli Stati Uniti, è arrivata a 4km da Raqqa: una distanza minima, se si pensa che qualche mese fa quelle aree erano il territorio forte del Califfato. Il portavoce del Pentagono ha detto venerdì scorso in conferenza stampa di avere le prove che “un sacco di amministratori e burocrati” (dunque quadri, non combattenti comuni) dello Stato islamico stanno fuggendo da Raqqa: “Hanno preso atto che la fine è vicina e stiamo vedendo un esodo della loro leadership”. Fuggono più a sud, lungo quello che viene definito dagli analisti il Corridoio dell’Eufrate, un’area ancora sicura che attraversa Deir Ezzor e scende fino al confine iracheno su cui comunque le forze speciali americane hanno messo l’occhio da un po’ di tempo.

Le difficoltà
Questo arretramento militare mina la propaganda muscolare del gruppo (che più è forte e più proseliti crea) e si abbina alle attività di intelligence e monitoraggio che adesso rendono più complicato l’afflusso di foreign fighters; per esempio, la Turchia ha piazzato al confine siriano un’operazione militare avviata il 24 agosto con cui ha sottratto molto terreno allo Stato islamico, e ora sta chiudendo la presa della città di Al Bab, una roccaforte per le operazioni estere del gruppo (anche se non è chiaro fin dove e fin quanto Ankara potrà continuare la propria missione). Pensare che da quegli stessi confini fino a una decina di mesi fa passavano invece i rifornimenti umani per i combattenti del Califfo. Fu l’ex portavoce al Adnani (ucciso da un raid aereo americano) a chiedere più di un anno fa di rallentare l’afflusso, anche perché i passaggi erano ormai quasi tutti chiusi.

Ma l’Is è tutt’altro che sconfitto
Ciò nonostante lo Stato islamico continua a rimanere il principale polo magnetico per il jihadismo globale contemporaneo, ed è ovviamente prestissimo per definirlo contenuto (sono giornaliere le operazioni di anti-terorrismo che scoprono cellule e collegamenti con il mondo califfale anche nelle città europee e restano svariati gli attentati che insanguinano le città islamiche). Questo mutamento dell’IS è un processo analogo a quello seguito da al Qaeda in Iraq: mentre il Califfato per diversi anni è stato la rappresentazione esplicita del terrorismo fattosi stato, ora i leader baghdadisti stanno virando su una riorganizzazione più discreta, clandestina, del gruppo. Il paradigma è la Libia: l’IS è stato sconfitto a Sirte, dove il gruppo aveva piazzato il suo principale hotspot extra-Siraq, ma i combattenti sono fuggiti e iniziato a disperdersi, riorganizzandosi, nella desertica regione meridionale.

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