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Il groviglio politico-militare in Libia

Di Stefano Vespa
In In Evidenza
07/02/2017
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Adesso viene il difficile: attuare l’accordo con la Libia e dare sostanza agli auspici contenuti nel documento ufficiale stilato nella riunione del Consiglio europeo dei ministri degli Esteri il 6 febbraio. Adesso viene il difficile perché nel frattempo gli sbarchi continuano a ritmo folle: secondo il ministero dell’Interno, fino al 6 febbraio erano sbarcati 9.359 migranti, oltre il 50 per cento in più dell’anno scorso quando nello stesso periodo ne arrivarono 6.030 e quasi il triplo del 2015, quando ne furono 3.709.

Nel documento sottoscritto a Bruxelles dai ministri degli Esteri si ribadisce che le autorità ufficiali sono il Consiglio di presidenza e il Governo di accordo nazionale di Fayez al Serraj, ma nello stesso tempo si cerca di coinvolgere “tutti gli attori libici” per arrivare a una transizione politica e si sottolinea l’urgenza di unire le forze armate sotto il controllo del governo riconosciuto dall’Onu, pronti anche a supportare la neonata Guardia presidenziale il cui comandante, generale Najmi Nakua, intervistato da Repubblica è apparso ben consapevole della difficoltà di convincere le tante milizie a unirsi sotto il suo cappello e ha inviato l’ennesimo messaggio al generale Khalifa Haftar, uomo forte di Tobruk: se pensa di diventare il capo militare assoluto sbaglia, ha detto Nakua; se invece ragionerà insieme con tutti i libici “avrà un ruolo importantissimo”.

Dai tanti contatti sotterranei che proseguono diplomaticamente tra numerosi Paesi e la Libia, qualcosa emerge da interviste non casuali. Per esempio, in quella al Corriere della Sera del 3 gennaio Haftar mandò un paio di segnali: accusò l’Italia di aiutare solo Misurata, dov’è stato allestito un ospedale militare con la missione Ippocrate, aggiungendo di conoscere “le tematiche del vostro ospedale: il numero due della vostra intelligence è un mio caro amico, viene spesso a trovarmi e ne abbiamo parlato più volte”. Sottolineare che il vicedirettore dell’Aise è “un caro amico” significa avvertire l’Italia che tenere il piede in due staffe senza contropartite analoghe a quelle concesse ad altri non aiuta. Ma è così? Il generale aggiunse che i due aerei promessi che avrebbero dovuto trasportare suoi militari feriti in Italia “non sono arrivati, forse per il brutto tempo. Ci saremmo aspettati maggiore cooperazione”. Una frase che sorprese il governo italiano visto che tutto era pronto per l’evacuazione di quei feriti, operazione fermata proprio in seguito a quell’intervista.

Non è stata dunque una coincidenza la notizia arrivata il 2 febbraio da Mosca su 70 militari dell’Esercito nazionale libico di Haftar, feriti “nei combattimenti con i gruppi terroristici” e trasferiti in Russia, e sugli altri 430 pronti per partire in base a un “protocollo di cooperazione” per le cure di 500 soldati. Tra bastone e carota, ecco quindi che il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, in un’intervista al Messaggero del 5 febbraio ha ricordato che l’ospedale di Misurata era stato chiesto da al Serraj “perché le truppe che combattevano a Sirte avevano avuto parecchi morti e feriti, ma siamo pronti ad allargare questa disponibilità anche a Tripoli, Bengasi e Tobruk, purché richiesti, per l’aiuto umanitario e la cura dei feriti sia in loco, sia in Italia all’ospedale del Celio. La nostra è una disponibilità a 360 gradi verso tutti i libici che combattono i terroristi”.

In sostanza, ancora una volta quasi tutto gira intorno a Haftar, che pure non è stato menzionato esplicitamente nel documento conclusivo del Consiglio europeo Esteri. A chi glielo faceva notare, l’Alto rappresentante Federica Mogherini l’ha ammesso esplicitamente: “Quando vedete nelle conclusioni il supporto agli sforzi internazionali e regionali, compreso quello della Tunisia, è proprio per facilitare il dialogo tra Haftar e Serraj. Vediamo la necessità che tutti gli attori trovino il loro terreno comune per unificare il paese”. La Ue, ha aggiunto, “riconosce il Governo di accordo nazionale e la legittimità che viene dalla risoluzione Onu, ma incoraggiamo il dialogo, l’impegno e che trovino un accordo”. Nelle stesse ore il vice ministro degli Esteri russo, Mikhail Bogdanov, ha incontrato l’inviato speciale Onu per la Libia, Martin Kobler, al quale ha detto che bisogna “coinvolgere i rappresentanti di tutte le maggiori forze politiche, dei gruppi tribali e delle regioni nel lavoro di formazione di singoli enti amministrativi”.

Oltre ai problemi politico-militari, restano intatti quelli operativi relativi all’operazione Sophia-Eunavfor Med che tuttora non può entrare nelle acque libiche. Da giorni sembra di capire che i libici vogliono occuparsene da sé in cambio di nuovi mezzi per la loro Marina: lo disse chiaramente circa un mese fa il vicepremier di al Serraj, Ahmed Maitig, negando la possibilità che le navi della missione potessero entrare nelle acque libiche, e lo ha fatto capire lo stesso al Serraj il 1° febbraio nell’incontro con il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg: con un po’ di imbarazzo disse che “è una questione di sovranità” e l’operazione dovrebbe essere portata avanti “insieme con la Marina libica”. Siamo sempre lì: la Libia chiede aiuto, ma poi vuole fare da sé. Le prossime settimane saranno probabilmente infuocate perché la pressione migratoria è anche una pressione politica sull’opinione pubblica italiana. Un solo esempio: in un qualunque pomeriggio di soccorsi, quello del 6 febbraio, il mare intorno a Lampedusa era forza 7 e quattro motovedette della Guardia costiera sono dovute uscire per recuperare 435 migranti da un rimorchiatore che non poteva entrare in porto. Ennesima operazione riuscita in condizioni pessime. Ma non può durare per sempre.

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