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Perchè il blocco di Trump ha colpito solo alcuni Paesi

Di Emanuele Rossi
In In Evidenza
30/01/2017
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Venerdì 27 gennaio il presidente degli Stati Uniti ha firmato un ordine esecutivo che blocca il trasferimento di richiedenti asilo per 120 giorni, vieta temporaneamente (per 90 giorni) l’ingresso a tutti i cittadini di alcuni Paesi islamici che hanno problemi con il terrorismo, e prevede la riduzione della quota massima di rifugiati che l’America accoglierà in futuro (da 110mila a 50mila). Si tratta di una decisione molto forte (presa soltanto una volta nella storia americana, nei tre mesi successivi al 9/11), che rispecchia però uno dei claim della campagne elettorale: il controverso (amato dai suoi, detestato dagli altri) “non faremo più entrare musulmani negli Stati Uniti”. L’ordine non significa questo in assoluto, ma è quanto di legalmente possibile più gli si avvicina, anche perché è previsto che per gli ingressi dei rifugiati si terrà conto dell’essere una “minoranza religiosa”: il passaggio è stato interpretato, anche per via di quanto detto da Trump in un’intervista a Christian Broadcasting Network, come una volontà di favorire i cristiani.

Le reazioni
L’effetto dell’ordine è immediato per legislatura, e questo ha prodotto reazioni politiche in tutto il mondo: per esempio, il presidente francese François Hollande, che sabato ha parlato con Trump, ha detto che Washington deve continuare a fare la sua parte sull’immigrazione, e la premier inglese Theresa May, che era a Washington il giorno della decisione, ha detto di non essere d’accordo con questo tipo di approccio (nonostante uno dei temi che ha fatto vincere la Brexit che adesso lei sta veicolando sia stato quello dell’immigrazione). Reazioni sdegnate tra i paesi oggetto del provvedimento, e rabbia di una parte dei cittadini, altre delle reazioni. Oltre che un caos che ha posto alcune persone in transito (la Reuters dice che sono 109) un limbo giuridico. All’aeroporto JFK di New York diversi avvocati hanno lavorato per ore seduti a terra dopo che si sono offerti volontari per cercare di trovare un escamotage normativo in grado di sbloccare la situazione di coloro che si sono diretti o appena entrati negli Stati Uniti proprio nelle ore della firma del decreto, e il governatore statale Andrew Cuomo ha chiesto al suo staff legale di studiare una soluzione. Il New York Times ha raccontato la vicenda assurda di due iracheni, tra l’altro entrambi avevano lavorato per gli americani, bloccati senza sapere il proprio futuro. Alla fine un giudice federale di Brooklyn ha trovato la soluzione per inibire momentaneamente l’executive order. Mentre succedeva tutto questo Trump diceva ai giornalista della Casa Bianca che il decreto stava “funzionando benissimo”.

La lista
Tra gli aspetti più controversi della decisione di Trump c’è la lista dei paesi i cui ingressi sono bloccati per i prossimi tre mesi: Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen, con il provvedimento che comprende anche coloro che sono in possesso di una “green card”, il documento che concede residenza in America a tempo indeterminato. In molti hanno notato che è vero che le connessioni col terrorismo di questi stati sono evidenti, ma se si volesse creare una lista del genere si dovrebbero introdurre anche altre nazioni che hanno collegamenti altrettanto preoccupanti e che hanno dato i natali a diversi terroristi. Per esempio l’Arabia Saudita: 15 degli attentatori delle Torri Gemelle erano sauditi, ma nessuno toccherà i 150mila visti annui da Riad. O ancora il Qatar.

Il paradigma
Doha può funzionare bene come paradigma, perché per esempio lavora da tempo a sostegno dei gruppi ribelli siriani senza troppe distinzioni sul livello di radicalismo e ha fatto da rappresentate diplomatico dell’ex al Nusra. Mentre gli Stati Uniti considerano l’ex affiliazione di al Qaeda in Siria un’entità terroristica, sono stati i qatarioti ad ospitare più volte il leader del gruppo negli studi televisivi di al Jazeera e a mettere insieme un maquillage culminato con il rebrand del gruppo in Jabhat Fateh al Sham e l’uscita dalla galassia qaedista, cosa che però non ha cambiato il giudizio americano (i ribelli di JFS ad Idlib finiscono settimanalmente tra i target degli obiettivi colpiti nei report del Pentagono). Per dirne una, il giorno successivo alla firma di Trump sull’ordine, l’opposizione amica del Qatar ha fatto sapere che sarà capofila di altre quattro fazioni dei ribelli più radicali (e tutti abbastanza anti-americani) in Siria, in una nuova fusione che promette guerra a Damasco e al processo di pace creato dalla Russia ad Astana, avallato anche dagli Stati Uniti. Ma i qatarioti potranno regolarmente ricevere i Visa per entrare in America; sono circa novemila ogni anno. La critica sta qui: Trump s’è mosso per convenienza, dando seguito alle promesse elettorali senza intaccare però i propri interessi, ha colpito alcuni paesi sostanzialmente poveri, con cui le relazioni economiche sono relativamente deboli, ma non i ricchi stati del Golfo nonostante da anni siano accusati di non fare troppo rumore contro il terrorismo radicale. Anzi, ci sono diversi analisti che suggeriscono che i rapporti economici col Qatar si potrebbero rafforzare con l’amministrazione Trump, specie quando Doha aumenterà il suo budget militare, per non parlare di quelli già in piedi (chiedere a Boeing). Ruolo chiave nel processo futuro: Michael Flynn, il capo del National Security Council che ha entrature a corte.

L’Iran
In cima alla lista dei paesi bloccati c’è invece l’Iran. La Repubblica Islamica non è l’Iraq, o la Siria, o la Libia, non ha guerre interne connesse col terrorismo jihadista che lacerano il proprio territorio, eppure è considerato da Trump (e dalla sua amministrazione) una minaccia: Teheran è ritenuta uno sponsor del terrorismo, nel caso in declinazione sciita (non che non sia vero, ma seguendo la linea di ragionamento, stesso discorso potrebbe valere per il Qatar). Ma soprattutto la Washington di Trump non si fida dell’accordo nucleare chiuso dall’amministazione Obama; la questione è stata tema del colloquio di sabato con il presidente Vladimir Putin. Il New York Times scrive che c’è “una senso di ingiustizia e di smarrimento tra i gli iraniani in America”; per esempio, il regista Asghar Farhadi non potrà partecipare alla Notte degli Oscar nonostante il suo film sia tra i candidati per ricevere una statuetta.

La reazione iraniana sarà usata dalla Casa Bianca come test, dice il Nyt: ossia, se risponderanno adeguandosi alle misure fornendo in futuro dettagli su chi sono i cittadini che viaggiano verso l’America bene (ma è improbabile visto che i due paesi non condividono questo genere di informazioni), altrimenti potrebbero seguire altri provvedimenti. Se fosse reale il test, le cose non sono partite per il meglio: il governo iraniano ha definito la decisione di Trump “un insulto al mondo islamico” che potrebbe solo che favorire il terrorismo. “Un dono agli estremisti” ha scritto su Twitter il ministro degli Esteri, “la discriminazione collettiva aiuta il reclutamento di terroristi ad approfondire linee di faglia sfruttate dai demagoghi estremisti per ingrossare le proprie fila”, in un altro tweet. Il sito del ministero ha parlato di analoghe misure di ritorsione nei confronti dei cittadini americani.

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