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Gennaio 2017

Di Flavia Giacobbe
In Editoriali
26/01/2017
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Quanto Trump influenzerà gli equilibri geopolitici globali è un enigma di non facile soluzione. A leggere le dichiarazioni e i cinguettii su Twitter, il neo inquilino della Casa Bianca si presenta quale leader “disruptive” rispetto alla tradizionale politica estera americana. Gli ingredienti del nuovo menu, a prima vista, sembrano essere costituiti da: il disgelo con la Russia, il rafforzamento strategico della relazione con Israele, la nuova postura verso la Cina, un certo fastidio verso l’Unione europea a trazione tedesca e infine l’indicazione della Nato come una organizzazione obsoleta. Scusate se è poco, verrebbe dire. Tanto più se consideriamo le dichiarazioni di morte della globalizzazione. Se il nostro sguardo fosse rivolto unicamente alla figura del presidente degli Stati Uniti, dovremmo dedurre che davvero si stia per determinare una discontinuità che ha il sapore della rivoluzione. In realtà, le policy americane saranno il frutto certamente di Trump, ma non potranno non tenere conto del complesso dell’amministrazione e delle istituzioni di questa grande nazione. La funzione di equilibrio rappresentata dal vicepresidente Pence saprà infatti tenere conto delle posizioni del segretario della Difesa, del segretario di Stato, del direttore della Cia (il nuovo ovviamente) e anche, ad esempio, dell’ambasciatrice presso le Nazione Unite. Queste figure, nominate dal presidente, hanno testimoniato davanti al Congresso una loro posizione molto distante dai proclami dello stesso Trump. Tutti hanno infatti espresso una posizione che potremmo definire eufemisticamente “scettica” verso la Russia di Putin. Lo stesso partito Repubblicano, in maggioranza in entrambi i rami del Campidoglio, ha sulla politica estera e di sicurezza una visione non coincidente con la Casa Bianca. Sarà quindi molto interessante vedere quali saranno le evoluzioni nei diversi scenari internazionali. Il mediterraneo e – incredibilmente! – la stessa Europa rappresentano le aree di instabilità in cui sarà possibile misurare lo spazio che la nuova amministrazione vorrà concedere al Cremlino. In queste condizioni, il Vecchio continente si presenta agli occhi di tutte le potenze come il grande (e vecchio) gigante, ormai nel sonno di una decadenza che appare irreversibile. Il nostro Paese, a sua volta, per tentare di recuperare un po’ di protagonismo, si improvvisa nel recitare più parti in commedia, secondo quelle che vengono immaginate le convenienze immediate. Nel nostro schema, l’equazione per cui Trump sarebbe favorevole a Putin e contrario alla Merkel ci fa apparire il presidente Usa quale un nostro naturale alleato. E che la nostra relazione con gli Stati Uniti sia speciale e possa esserlo maggiormente, non vi è dubbio. Quello che potrebbe portarci fuori strada è la semplificazione estrema. Se Trump è un enigma, il sistema di check and balance, che vige dall’altra parte dell’Atlantico, è una garanzia.

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