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Guerra in Siria, ad Astana sono iniziati i negoziati

Di Emanuele Rossi
In In Evidenza
24/01/2017
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I negoziati al Rixos hotel di Astana – la capitale del Kazakistan dove lunedì sono iniziate le riunioni per far partire il percorso politico sponsorizzato da Turchia, Russia e Iran, che dovrebbe risolvere il conflitto siriano – sono partiti con il capo negoziatore siriano che ha accusato l’omologo dei ribelli di usare parole “provocatorie”. Stante la situazione, al momento l’unico obiettivo raggiungibile pare essere un prolungamento dell’attuale cessate il fuoco con ingresso di aiuti umanitari.

Bashar Jaafari, ambasciatore siriano all’Onu e guida della delegazione che Damasco, ha detto che Mohammed Alloush, il leader di Jaysh al Islam e rappresentate capo dei ribelli, è stato “insolente” al di fuori del protocollo diplomatico. Perché? Alloush, in un discorso-aperitivo, ha sostenuto che il governo siriano sta violando il cessate il fuoco messo in piedi tre settimane fa da quella stessa troika che sta cercando di organizzare il destino della Siria, ha dichiarato che la “soluzione politica” è quella auspicabile ma “non è l’unica soluzione”, e ha chiesto che le milizie sciite che combattono sul fronte governativo vengano inserite nelle liste terroristiche, affermando che i suoi uomini sono finiti sotto attacco di due tipi di terrorismo, “quello del governo siriano e quello di Daesh” (l’acronimo dispregiativo arabo dell’Isis).

Anche se non ci saranno incontri faccia a faccia (le delegazioni sono sedute in due stanze sui lati opposti di una grande sala), per la prima volta da quando sono stati intavolati gli incontri diplomatici sulla Siria partecipano diversi dei più importanti gruppi ribelli. Se questo è un segnale positivo per la riuscita dei talk – che finora si sono tenuti a Ginevra ed erano guidati dalle Nazioni Unite, ma sono andati sempre male anche perché le opposizioni erano rappresentate da delegati che non avevano voce sul campo –, il rischio ovvio è che i ribelli che si sono sparati addosso con i governativi fino a pochi giorni fa seguano canali comunicativi non proprio da accademia. D’altronde Jaafari aveva detto di essere “ottimista” sui risultati, però ha ripetutamente chiamato i delegati delle opposizioni “i rappresentati dei gruppi terroristici armati”, confermando una vecchia posizione di Damasco: quelli contro di noi sono tutti terroristi. Tre giorni fa in un’intervista concessa alla giapponese TBS TV il presidente siriano Bashar el Assad diceva che la sua più grande aspettativa era che i ribelli iniziassero a deporre le armi (in cambio un’amnistia), ma chiudeva alla possibilità di creare un governo di transizione con loro, perché non è una funzione inserita nella costituzione. Tradotto, vado avanti io fino a che non scade il mio mandato, 2021, poi si vedrà (la scorsa settimana comunque anche il vice primo ministro turco ha detto che l’addio di Assad non è più indispensabile).

A margine dei tavoli è presente anche l’inviato speciale dell’Onu per il conflitto Staffan De Mistura, che secondo le indicazioni del ministro degli Esteri Sergei Lavrov, avrà a disposizione da un lato la delegazione siriana per parlare con i governativi, dall’altro quella turca per rivolgersi ai ribelli. La Russia segue la regia generale: con l’avallo Onu ai colloqui ha ottenuto un peso massimo non solo sulla vicenda della guerra civile siriana, ma è diventata un broker molto forte in tutto il Medio Oriente (come ha scritto il Guardian). Mosca dice che il bilanciamento militare attuale (intende dopo la vittoria filo-russo dei governativi ad Aleppo) è cambiato, e per questo le cose andranno bene: e lo dice anche perché si è assunta una responsabilità (sia il passaggio diplomatico, sia l’operazione militare iniziata lo scorso anno) di cui inizia a sentire il peso. Per esempio, ha rimproverato il regime per le azioni nel bacino idrico di Wadi Barada, area strategica in cui Damasco ha continuato a martellare i ribelli nonostante la tregua (sono le violazioni di cui parla Alloush). Mosca ha detto che là non c’è al Qaeda (ossia Jfs) e non sono giustificate le operazioni militari contro le opposizioni che controllano quell’area — che adesso chiama anche moderate, dopo averle invitate ad Astana e lasciando indietro la retorica lealista. È una posizione importante, in contrasto con il regime siriano (e l’Iran).

Assente l’Unione Europea (che invece prendeva parte ai colloqui diretti dall’Onu a Ginevra) e l’America presente solo come osservatrice attraverso l’ambasciatore in Kazakistan: l’amministrazione Trump – ma non quella Obama – era stata invitata a partecipare, ma ha declinato. Troppe le controversie sul tavolo che avrebbe prodotto la presenza di Washington.

A cominciare per esempio dall’opposizione più o meno aperta dell’Iran. Teheran non voleva presenti gli (ancora odiati nonostante la riapertura dei rapporti) americani; per capire i toni, mercoledì scorso Fars News, agenzia statale iraniana, ha fatto uscire un pezzo in cui accusava gli americani di aver paracadutato aiuti allo Stato islamico a Raqqa, e dunque non era un serio partner da invitare ai negoziati di pace (inutile dire che era una bufala). La squadra esecutiva voluta dal presidente Donald Trump è probabilmente la più anti-iraniana di sempre, con posizioni fortemente critiche a proposito dell’accordo nucleare siglato da Barack Obama. Per esempio, secondo un articolo ben informato della CNN, il Pentagono starebbe pure creando i presupposti per sottoporre a Trump un protocollo per bloccare, o colpire, i trasferimenti di armi iraniane che attraverso le acque del Corno d’Africa arrivano ai ribelli filo-sciiti Houthi, che in Yemen combattono una guerra (anche per procura) contro i paesi del Golfo guidati dai sauditi. Ma gli Stati Uniti hanno problemi anche con la Turchia: nel piano di rinforzo dell’impegno nella lotta all’IS proposto a Trump c’è infatti la possibilità di aumentare il contingente americano che sta appoggiando le Syrian Democratic Force (Sdf) verso Raqqa. Si parla dell’invio di migliaia di soldati statunitensi che si troveranno a combattere fianco a fianco con i curdi siriani, che rappresentano la maggioranza relativa delle Sdf, ma sono considerati terroristi dalla Turchia. E Trump come primo passo riguardo all’impegno americano contro l’IS, ha confermato l’inviato della Casa Bianca Brett McGurk, che in passato ha incontrato personalmente i curdi siriani e crede che siano i migliori alleati contro il Califfo – posizione detestata da Ankara.

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