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La caccia delle forze speciali Usa ai leader dell’Isis

Di Emanuele Rossi
In In Evidenza
10/01/2017
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Uomini delle forze speciali americane hanno condotto un’operazione di terra per catturare uno o più leader dello Stato islamico. Il Washington Post conferma una notizia uscita inizialmente su un sito locale Deir Ezzor 24, che segue le attività dell’IS al nord della Siria. L’attacco aviotrasportato è avvenuto domenica nei pressi di un villaggio lungo la valle dell’Eufrate, proprio a nord della città di Deir Ezzor, un’area ricca di materie prime che lo Stato islamico controlla da diversi anni e che rappresenta anche il pozzo per i proventi petroliferi del gruppo. Là, solo un stretta area intorno a una base aerea rifornita dall’alto resta in mano ai governativi, ma russi e siriani non sono concentrati nelle operazioni contro i baghdadisti; quattro giorni fa l’IS ha pubblicato delle immagini che riprendono proprio due hangar della base, dove due caccia a terra vengono centrati dal lancio di missili anticarro.

Domenica le truppe americane sbarcate da alcuni elicotteri avrebbero condotto un’operazione durata circa 90 minuti, riportando sui velivoli “corpi e prigionieri”. Con tutta probabilità i corpi serviranno all’identificazione di qualche leader del gruppo, ma per il momento non è chiaro di chi possa trattarsi. Il colonnello John Dorrian, portavoce della coalizione guidata dagli americani, ha confermato l’operazione al WaPo ma non ha voluto svelare altri dettagli. Un funzionario del Pentagono ha detto al New York Times che si è trattato di un’operazione di routine. A quanto pare l’attacco ha avuto come obiettivo uno o più veicoli: stante ad alcune ricostruzioni che non possono essere confermate ufficialmente, ci sarebbero stati anche dei prigionieri liberati e almeno 25 baghdadisti uccisi nel blitz.

Non è la prima di questo genere di operazioni. Nel maggio del 2015 gli americani catturarono sempre nei pressi di Deir Ezzor la moglie di Abu Sayyaf, mentre lui, considerato uno dei capi del settore finanziario dell’IS, rimase ucciso nel bitz. Stessa sorte toccò a Abu Ali al Anbari, considerato uno dei maggiori comandanti dell’intera organizzazione (si potrebbe dire il secondo in comando, se non fosse che l’eredità del Califfo non tocca solo la sfera politica ma anche quella religiosa e segue linee più complesse): era marzo 2016, al Anbari anche si trovava in un convoglio nell’area di Deir Ezzor, quando gli elicotteri dell’Expeditionary Task Force con sede in Iraq gli sono piombati addosso. A febbraio scorso fu catturato un altro capo, comunemente descritto come colui che si occupava delle armi chimiche (in realtà gestiva anche il resto dell’ampio arsenale), tal Abu Dawud, catturato dagli operatori della Delta Force in Iraq, nei pressi di Tal Afar. Nel luglio del 2014 un’altra missione cercò di liberare alcuni ostaggi occidentali nei pressi di Raqqa, ma non furono trovati nel compound dove erano stati segnalati: tra loro c’era probabilmente anche James Foley, poi diventato il primo dei protagonisti dei video esecuzioni dell’IS.

Dal buco di Raqqa ai successi di questi ultimi diciotto mesi molte cose sono cambiate. Quanto successo domenica è un’ulteriore conferma del fatto che gli Stati Uniti sono riusciti a bucare “la bolla di sicurezza” (cit. Daniele Raineri) che accerchia i top comandanti dello Stato islamico, attraverso intercettazioni e probabilmente anche con l’uso di infiltrati o spie, che segnalano repentinamente gli spostamenti dei notabili ai comandi americani.

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