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Hacking russo, è scontro tra Trump e l’intelligence

Di Emanuele Rossi
In In Evidenza
06/01/2017
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Julian Assange ha detto che anche ‘un ragazzo di 14 anni sarebbe stato in grado di hackerare John Podesta’ e dunque perché il Dnc è stato così imprudente? Ha anche detto che la Russia non gli ha passato le informazioni”. E’ uno dei tweet che hanno aperto la giornata di mercoledì del presidente eletto americano Donal Trump (fa così tutte le mattine, e poi noi giornalisti gli dedichiamo l’intera giornata a scriverne, ha commentato Eric Lypton del New York Times; ma quei tweet sono dichiarazioni pubbliche del prossimo presidente della più grande potenza del mondo).

Martedì sera Assange, il capo di WikiLeaks, ha rilasciato un’intervista (rara, eccezionalmente concessa dall’ambasciata dell’Ecuador a Londra, dove Assange vive rifugiato) a Sean Hannity, che conduce il programma “Hannity” su Fox News. Durante la chiacchierata il fondatore del più famoso sito di leaking del mondo ha negato le accuse secondo cui furono hacker russi a consegnare alla sua organizzazione la montagna di materiale sottratto ai server dei Democratici americani – tra cui quelli del Democratic National Commitee, Dnc, e quelli di Podesta, il capo della campagna Clinton-2016. Assange ha anche detto che rubare quelle email, personali ma rivelatesi sensibili perché raccontavano di conversazioni confidenziali tra funzionari (al punto che la presidente del partito fu costretta a dimettersi per l’imbarazzo), dev’essere stato un lavoro facile, e che non servivano hacker altamente specializzati come quelli al servizio del governo russo. Questa affermazione va contro la ricostruzione delle agenzie di intelligence americane, che hanno presentato un rapporto riservato secondo il quale l’hackeraggio è stato compiuto da attori para-statali al soldo dei servizi segreti russi; rapporto su cui la Casa Bianca ha poi deciso di alzare nuove sanzioni contro Mosca. Assange ha detto che quel rapporto è inconsistente, si basa sul “niente”, che è un tentativo di “delegittimazione” della vittoria di Trump da parte dell’attuale Amministrazione e ha denunciato “la corruzione etica” dei media mainstream a proposito della copertura delle notizie alla vicenda collegate.

Martedì pomeriggio, il portavoce del Pentagono John Kirby aveva detto che il dipartimento era sicuro “al 100 per cento” del fatto che il Cremlino avesse ordinato quegli attacchi contro i Democratici durante la campagna elettorale, per falsare l’esito delle elezioni e aiutare Trump a vincere – dato che il repubblicano è considerato più aperto nei confronti della Russia. Ci sono prove “solide come la roccia” ha detto Kirby intervistato da Christine Amanpour per la CNN, aggiungendo che “non avremmo preso quel genere di provvedimenti se non avessimo avuto un alto livello di certezza”. Dopo la decisione di alzare le sanzioni, arrivata il 29 dicembre, Trump aveva continuato ad esprimere vecchi dubbi, invitando il paese “ad andare avanti” e badare a cose più serie, ma annunciando comunque un briefing con le intelligence per essere ragguagliato sugli ultimi sviluppi dell’inchiesta – aveva pure promesso di rivelare alcune verità di cui solo lui era a conoscenza. Poi, martedì sera, sempre attraverso Twitter, aveva annunciato che l’incontro con i funzionari dei servizi “sul cosiddetto hacking russo” era stato rimandato, “forse”, aveva suggerito, “gli serviva più tempo per costruire un caso” (la cosa, inutile dirlo, ha dato ulteriore fiato a una serie di ricostruzioni complottiste su cui non si entra nello specifico per evitare che si diffondano). Il capo dell’Fbi James Comey e il Director della National Intelligence James Clapper, si incontreranno con Trump venerdì a New York: Trump la scorsa settimana aveva annunciato che il briefing sarebbe stato tra martedì e mercoledì, ma la data effettivamente non era stata concordata.

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