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Istanbul, cosa significa la rivendicazione dell’Isis

Di Emanuele Rossi
In In Evidenza
03/01/2017
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Lo Stato islamico per rivendicare l’attacco di Istanbul non ha usato Amaq News, la sedicente agenzia stampa utilizzata per esempio nel caso di poche settimane fa di Berlino. La rivendicazione è uscita sotto forma di statement attraverso un canale ufficiale dell’ampio apparato mediatico del Califfato, e nei contenuti non si legge la formula classica della “fonte” che rivela i retroscena dell’azione, la quale ormai abitualmente viene definita “una risposta” che “si ispira” alla chiamata del Califfato a compiere attentati contro gli infedeli.

Il motivo di questa scelta è probabilmente quello di trasmettere il senso che l’azione al Reina è frutto di una progettazione: una missione di un soldato inviato con il preciso compito di colpire; un piano, per continuare il parallelo con quanto visto in precedenza in Europa, simile più a quello del Bataclan che a quello di Nizza, più all’azione lanciata verso Karak, in Giordania, che alla strage del Pulse di Orlando. È specificato che l’operazione è stata un “compimento” di un ordine dell’amir al-mu’minin, ossia il comandante dei fedeli, quindi il Califfo.

È un messaggio di “guerra aperta” (definizione rubata a Michael Horowitz di Prime Source, società di analisi privata), dove gli obiettivi sono diventati i civili, cosa rara che avviene in un Paese a maggioranza sunnita, che apre a un futuro tetro per la Turchia. È la prima volta che l’Isis dichiara un attacco di massa nel Paese, sebbene già in passato ci siano stati attacchi del tutto riconducibili ai baghdadisti, ma mai commentati (sia per aumentare lo stato di tensione, sia per evitare di passare da stragisti tra i fedeli islamici). A inizio novembre era stato Abu Bakr al Baghdadi in persona a esortare azioni contro la Turchia: “Scatenate il fuoco della vostra rabbia sulle truppe turche in Siria” diceva il Califfo in un rarissimo audio riferendosi all’operazione Scudo che Ankara conduce col beneplacito russo dal 24 agosto all’interno dei confini siriani per combattere l’IS (e bloccare i curdi). Poi era stato il nuovo portavoce del gruppo, Abu Hassan al Muhajir, a chiedere di colpire la Mezzaluna. Un mese più tardi due soldati turchi sono stati catturati e bruciati vivi, legati con catene e collari e insultati come “cani”, animali considerati impuri dall’Islam – impuri come Ankara, Paese che il presidente Recep Tayyp Erdogan ha a lungo cercato di trasformare nel riferimento globale dell’Islam sunnita, anche col rischio delle derive radicali interne, ma che per la visione fanatica del Califfato è contaminato dai contatti con l’Occidente e adesso con la Russia. Il fuoco torna ancora: nel rivendico si parla del “fuoco” della vendetta che “infiammerà” le case turche, come risposta agli attacchi degli aerei e dell’artiglieria di Ankara sul nord siriano (ora è Al Bab, roccaforte dell’IS, il centro dei combattimento). Altra analogia: come hanno fatto notare diversi esperti di Stato islamico, dall’italiano Daniele Raineri alla star del New York Times Rukmini Callimachi, il titolo del video in cui vengono bruciati i soldati turchi è “The Cross Shield” e nel rivendico sull’attacco a Istanbul si legge che continuano le operazioni dell’Isis contro “il protettore della Croce, la Turchia”.

Scudo crociato e protettore della croce sono rimandi alle Crociate, termine che molto spesso viene utilizzato nelle rivendicazioni dello Stato islamico, che definiscono le vittime occidentali “crusaders”, crociati appunto. Sotto quest’ottica nella narrazione califfale l’operazione Scudo turca viene vista come una Crociata, compiuta dall’Islam impuro di Erdogan, protetto da Occidente e Russia, contro l’integrità dello Stato islamico. Ma nella dichiarazione c’è anche un altro riferimento che segue la linea religiosa dietro alle Crociate: si parla di “un soldato eroico del califfato” che ha colpito uno dei più famosi nightclub dove “i cristiani celebrano le loro vacanze politeiste”. “Christians” salta all’occhio: è un paracadute di salvaguardia per il Califfato, perché serve a dire che quel locale era un luogo di perdizione frequentato da cristiani, affermazione utile dato che la maggior parte delle vittime sono musulmane, cosa che andrebbe in contrasto con quanto affermato nella rivendicazione, dove si parla di un’azione fatta per punire Erdogan che uccide dei fratelli musulmani con le sue attività militari (immagini di civili di Al Bab feriti nei raid aerei turchi erano state diffuse anche col video in cui venivano arsi vivi i due soldati). Ma contemporaneamente punisce Erdogan, presidente di un paese definito “servitore della croce” nonostante le politiche ideologico-religiose e riprende il tema della celebrazione del Capodanno, una festa ritenuta “poco musulmana” su cui le istituzioni religiose turche si erano già espresse contrariamente. E allo stesso tempo calca il tema della “guerra di religione”, con tutti i rischi che ne conseguono.

Questo genere di azioni dell’IS dimostra la capacità narrativa del gruppo, che si abbina alla pianificazione tattica – dalle ricostruzioni l’attentatore era addestrato e preparato, ha sparato almeno 180 colpi, ricaricato 6 volte in un’azione durata appena sette minuti in totale, poi si è chiuso in una cucina per un’altra decina di minuti, si è cambiato e ha lasciato il luogo dell’attacco confuso tra il caos e probabilmente facilitato da una rete di complici che gli hanno fornito la logistica. Tutto sembra far pensare a una missione preparata, e per questo la rivendicazione ha assunto un significato più profondo.

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