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Siria: c’è l’accordo tra Ankara e Mosca per la tregua

Di Emanuele Rossi
In In Evidenza
28/12/2016
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L’agenzia di stampa statale turca Anadolu sostiene – attraverso una fonte anonima – che la Turchia ha raggiunto un accordo con la Russia per una proposta di tregua per il conflitto siriano. Il cessate il fuoco avrà inizio dalla mezzanotte di mercoledì e dovrebbe aprire a soluzioni future in discussione in un prossimo vertice a cui turchi e russi prenderanno parte insieme all’Iran (programmato per Astana, in Kazakistan, a metà gennaio); e dove Russia e Turchia farebbero da “garanti”, in quanto schierati su lati opposti del conflitto. Da giorni negoziati discreti sono in corso ad Ankara, ne aveva parlato già il ministro degli Esteri russo alla Interfax. Coinvolti diversi rappresentati dei gruppi ribelli (anche se l’entità ombrello che va sotto il nome di High Negotiations Committee, prima citata come parte dei negoziati, ha detto di non saperne niente). Stante ad Anadolu le opposizioni avrebbero dunque accettato l’intesa, dalla quale è esclusa la Jabhat Fateh al Sham, il gruppo ex qaedista (si chiamava al Nusra) considerato un’entità terroristica che è il più forte tra quelli che controllano Idlib (la città in cui circa 35mila persone, tra cui una dozzina di migliaia di combattenti, sono arrivate dopo l’evacuazione di Aleppo). Escluso, ovviamente, anche il fronte contro l’IS, su cui la Turchia è attivamente impegnata al nord siriano.

Tutti sconfitti tutti contenti
L’intesa passa completamente sopra la testa del presidente siriano Bashar el Assad, che anche nel corso delle ultime settimane ha dichiarato la sua volontà di riconquistare l’intero paese, ma così potrebbe essere portato verso spartizioni territoriali – e pure l’Iran, che ha un approccio molto ideologizzato alla crisi dovrebbe essere scontento. E così Ankara accetta un accordo con un partner che appena un anno fa era il principale tra i nemici dichiarati, e l’evoluzione dei fatti ha portato il governo turco ad accettare pure una coesistenza col regime siriano, il rovesciamento del quale, ancora un anno fa, era considerato in cima alla lista delle priorità in politica estera. Su questo schema si è basata l’intesa chiusa già per Aleppo, anche quella decisa inizialmente tra Ankara e Mosca e poi corretta per far entrare Teheran e far valere certe richieste degli ayatollah. Ora Mosca e Ankara sono partner vicendevolmente indispensabili: la Turchia ha bisogno della Russia – che ha in mano il pallino a Damasco – per potersi muovere liberamente al nord siriano, dove sta combattendo l’IS e i curdi siriani (nemici ancestrali al pari di quelli di interni); la Russia vuole la partnership turca per alleggerire la pressione diplomatico-militare a cui l’intervento in Siria del settembre del 2015 l’ha sottoposta. È realpolitik. Alcune fonti della Reuters ha raccontato che il piano successivo alla tregua attuale, quello intavolato nei negoziati di Astana, prevede la spartizione del territorio siriano in aree di influenza tra Turchia, Russia e Iran: Ankara dovrebbe accettare che Assad mantenga poteri, ridimensionati e controllati, sul piano federale e poi se ne andrà “salvando la faccia” alla prossime presidenziali in nome di un candidato alawita “meno polarizzante” (che il candidato sia un alawita sarebbe una concessione alla Repubblica islamica iraniana).

Tutti contro gli Usa
Questa intesa attualmente produce l’allinearsi contro un rivale comune, l’Occidente in declinazione Amministrazione-Obama (ormai agli sgoccioli). Martedì i media del Cremlino hanno ripreso a gran voce una dichiarazione con cui il presidente turco Recep Tayyp Erdogan ha sostenuto di avere “prove evidente” che gli Stati Uniti hanno dato sostegno allo Stato islamico – aprendo margini di discussione infinita per i fanatici dei complotti, se non fosse che è una dichiarazione propagandistica e fasulla. Il tono con cui Russia Today o Sputnik hanno ripreso la cosa sembrava quello con cui lo scorso anno, quando i turchi erano ancora nemici per via del Sukhoi abbattuto, venivano riportate le immagini del comando centrale russo che mostrava le riprese satellitari che facevano da prova inconfutabile sui collegamenti tra il governo di Ankara e il Califfato; ma si diceva, le cose sono cambiate. Martedì il portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova ha dichiarato alla Tass, altre agenzia di stampa statale, che gli Stati Uniti stanno compiendo “mosse ostili” contro la Russia in Siria. Il riferimento va a un quadro legislativo sugli investimenti militari trasformato in legge il 23 dicembre da Barack Obama, ma perché? Perché tra le varie cose il Congresso ha aperto alla possibilità di inviare ai gruppi ribelli sostenuti dagli Stati Uniti in Siria i famosi Manpads, le armi antiaerea da spalla. La decisione resa operativa sarà a disposizione della prossima amministrazione, ossia quella guida da Donald Trump, che però ha già dichiarato che in Siria vorrà collaborare con la Russia e magari su certi aspetti forti potrebbe prendere un atteggiamento più cauto. Supponendo: i lanciarazzi antiaerei spallabili potrebbero finire in mano alle Syrian Democratic Force, ossia il gruppo creato dagli Stati Uniti per conquistare la roccaforte califfale di Raqqa. Ma le Sdf sono formate principalmente dai curdi siriani delle Ypg, che la Turchia vorrebbe escludere dall’accordo di cessate il fuoco in discussione con russi e iraniani in quanto li considera terroristi e super-nemici. Ankara lancia invettive parallele contro Washington anche perché teme che eventuali Manpads in mano alle Ypg possano essere usate contro gli aerei turchi che li martellano al nord siriano, nonostante siano i migliori alleati americani contro l’Isis. Russia e Turchia giocano di sponda contro gli Usa.

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