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Alli: la Nato è al bivio

Di Paolo Alli
In In Evidenza
29/12/2016
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Come riadattare la Nato all’attuale contesto internazionale. Riflessione di Paolo Alli pubblicata sull’ultimo numero di Airpress. Nel corso dell’annuale sessione dell’Assemblea parlamentare della Nato, tenutasi a Istanbul a novembre, Alli, deputato dell’area popolare, è stato eletto presidente

L’Assemblea parlamentare della Nato è uno strumento di diplomazia parlamentare che si rivela particolarmente prezioso in questo momento storico, denso di cambiamenti a volte imprevedibili. Essa costituisce, infatti, il momento di confronto politico tra i rappresentanti dei parlamenti dei Paesi membri dell’Alleanza atlantica e di numerosi Paesi partner e osservatori. Le discussioni, gli incontri e le conseguenti determinazioni, che assumono la forma di rapporti e di risoluzioni, rappresentano, da un lato, un modo per comprendere meglio quanto accade, dall’altro una possibilità di confronto con realtà che apparentemente hanno poco a che fare con la Nato, ma che guardano con attenzione e interesse al fronte euro-atlantico. E non si tratta solo di Paesi potenzialmente interessati a una futura adesione, ma anche di Stati, come quelli mediorientali, nordafricani e persino dell’area sub-sahariana, che considerano la sicurezza elemento fondamentale per il proprio sviluppo, in un tempo nel quale la sicurezza è sempre più globale.

Essere riusciti a riportare la presidenza all’Italia dopo 55 anni costituisce anche un’opportunità per il nostro Paese di rafforzare ulteriormente la credibilità di cui già godiamo a livello internazionale. Ora l’obiettivo principale dell’Assemblea sarà quello di capire come evolverà questa complessa situazione geopolitica mondiale, dopo la Brexit, le elezioni negli Stati Uniti, il perdurare delle tensioni con Mosca e con una Cina sempre più presente sulla scena internazionale.

Il ruolo della Nato è già molto mutato negli ultimi vent’anni, ma oggi ci si devono attendere nuove, importanti e forse imprevedibili trasformazioni. Infatti, la traiettoria dell’Alleanza dopo la fine della Guerra fredda è stata caratterizzata da un progressivo minore impegno sul piano militare e da un sempre maggiore coinvolgimento su altri fronti altrettanto importanti per la sicurezza: la cyber-security, la gestione dei post-conflitti, le operazioni contro la pirateria marittima, la protezione dei corridoi umanitari, l’uso dell’intelligence per la prevenzione dei conflitti e del terrorismo in un’epoca che vede, ormai, un impiego sempre maggiore degli strumenti della cosiddetta guerra ibrida. D’altra parte, il ritorno della Federazione russa a una politica di neo-espansionismo, sfociata nei fenomeni di aggressione in Georgia e Ucraina, ma anche nel mantenimento di altri conflitti congelati come quello in Transnistria, ha rilanciato per la Nato il tema dell’articolo 5, ovvero della difesa collettiva.

L’Alleanza atlantica è perciò costretta oggi a concentrarsi nuovamente sulla difesa militare, non certamente per prefigurare aggressioni alla Russia, ma per potervi dialogare a parità di forze. Questo è sostanzialmente il risultato emerso dal vertice dello scorso luglio a Varsavia. Deterrenza e dialogo sono, infatti, le due facce della stessa medaglia. Quanto sta accadendo a livello mondiale sul fronte politico, con la crescita di sentimenti populisti anti-sistema, rischia di alimentare una percezione distorta della Nato, vista come il perpetuarsi di vecchie logiche militariste e aggressive.

Occorre un lavoro di comunicazione, ma serve soprattutto tener conto di tutti gli elementi di trasformazione in atto oggi. A partire dalla Brexit, che determinerà l’uscita dall’Unione europea – se il processo verrà completato – di quel Paese che più si era opposto storicamente al tema di una difesa comune dell’Europa. L’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Ue Federica Mogherini, ha prontamente rilanciato questo tema e l’Europa dovrà compiere scelte precise. Ma non si può dimenticare che, nei fatti, la Nato rappresenta già oggi la difesa comune europea, pur non coincidendo dal punto di vista geografico con l’Ue: in questo senso non si dovranno realizzare sovrapposizioni o duplicazioni, ma occorrerà creare nuove sinergie.

L’altro elemento di forte attenzione è costituito dalle scelte che saranno operate dalla nuova amministrazione statunitense. L’arretramento in seno alla Nato degli Stati Uniti, già iniziato durante l’amministrazione di Barack Obama e che probabilmente con quella di Donald Trump si rafforzerà, porrà con maggiore forza il tema dell’aumento delle spese per la difesa al 2% del Pil. Non penso che il presidente Trump vorrà chiudere l’Alleanza, però certamente chiederà agli europei di contribuire in modo maggiore alle spese. A livello politico, ciò ci costringerà a lavorare nei nostri parlamenti e verso i nostri cittadini per spiegare che le spese per la difesa non sono soldi sprecati ma un investimento per il futuro. Si potrebbe anche pensare che un’Unione europea che voglia andare verso un sistema integrato di difesa collettiva europeo possa togliere gli investimenti per la sicurezza dai patti di stabilità. È un’ipotesi, ma credo che aiuterebbe molto.

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