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Per l’industria della difesa urgono scelte strategiche

Di Mirco Zuliani
In In Evidenza
28/12/2016
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Con l’elezione di Donald Trump, l’Europa è chiamata ad assumere maggiore responsabilità e più oneri nell’ambito Nato e nella difesa europea. Tutto questo è già stato recepito nelle recenti riunioni ministeriali a Bruxelles, nelle quali è stata delineata una linea d’azione tesa al raggiungimento di maggiore armonizzazione e coordinamento dello strumento militare delle varie nazioni europee, così come del loro apparato industriale della difesa. Più volte è stato ribadito che non può esistere una difesa europea senza un adeguato apparato industriale che assicuri i sistemi della difesa necessari ad affrontare le future minacce. Su questo punto ci si dovrebbe soffermare per cercare di capire dove siamo oggi e gli scenari futuri, con particolare riguardo al settore dell’industria aerospaziale e, in tale ambito, all’industria italiana.

L’apparato industriale aerospaziale europeo risulta particolarmente disomogeneo e, nel contempo, molto frammentato a livello di singole realtà nazionali. Due attori principali emergono sopra gli altri: BAE Systems e Airbus, queste sono le uniche due industrie che in termini numerici e di capacità progettuale hanno una dimensione ragguardevole, in ogni caso ancora lontana dai colossi statunitensi. A fianco di queste due realtà, esiste una pluralità di attori che, di fatto, è concentrata essenzialmente su un mercato principalmente nazionale con pochi e rari sbocchi internazionali e che molte volte opera in qualità di subfornitore delle industrie maggiori. Ora è a tutti evidente che non c’è assolutamente spazio per l’attuale numero di industrie aerospaziali europee e che una sua razionalizzazione è condizione indispensabile per assicurare all’Europa stessa una capacità irrinunciabile in tale settore.

Come e cosa fare? La risposta non è assolutamente semplice, specie nell’ambito dell’attuale congiuntura economica. Gli Usa hanno impiegato circa una decina di anni a cavallo degli anni 70 e 80 per procedere al consolidamento della loro industria aerospaziale, dove oggi, a fronte di una decina di attori del passato, esistono di fatto solo due grandi industrie: Lockheed e Boeing. A loro volta, queste si sono suddivise il mercato concentrandosi principalmente la prima nel settore della difesa mentre la seconda su quello civile. In Europa, invece, assistiamo a una concorrenza serrata tra piccoli attori, non solo nel mercato interno, ma anche nelle competizioni internazionali. La Commissione europea ha recentemente deciso di destinare risorse al settore industriale della difesa da utilizzare per ricerca e sviluppo. Come saranno suddivise tali risorse tra i vari attori nazionali? A mio avviso si rischia di disperdere a pioggia questi finanziamenti, vanificando lo sforzo profuso per il loro reperimento. Ulteriormente, altre risorse dovrebbero essere rese disponibili nell’ambito dei bilanci della difesa nazionali, che dovrebbero arrivare al target Nato del 2% del Pil con una quota parte del 20% destinata a ricerca e sviluppo.

Anche in questo caso, dove andranno a finire tali risorse e quali programmi aerospaziali di dimensione europea esistono già per poter intercettare parte delle stesse? In tale ambito, l’industria aerospaziale italiana è pronta ad affrontare questa sfida? Non vi sono dubbi sulle capacità della nostra industria di stare sullo scenario europeo, mentre ho alcune perplessità sul ruolo che essa possa svolgere in tale ambito. Se guardiamo proiettati al futuro, di fatto, i team di progettazione hanno smesso da tempo di lavorare su nuovi programmi; quelli principali, sia nel settore ala fissa, sia elicotteristico, sono oramai in fase di produzione ed è difficile intravedere nuove attività a breve.

Ebbene, senza lavoro i team sono già stati in parte smantellati, nessuno è disposto a pagare delle persone per non fare nulla, e si comincia a perdere il know how acquisito nel passato con la partecipazione ai grandi programmi internazionali quali Tornado ed Eurofighter. I team di sviluppo hanno bisogno di lavorare su progetti ambiziosi, dal punto di vista tecnologico, che generino nuove idee e prodotti capaci anche di assicurare ricadute in termini occupazionali. Tutto questo, purtroppo, non potrà essere assicurato da progetti quali il Male (Medium altitude long endurance) europeo, ecc.

C’è bisogno, da parte dell’Europa, di un progetto aerospaziale ambizioso, direi velleitario, che sappia operare da catalizzatore per lo sviluppo di nuova tecnologia, che sia in grado di riposizionare l’Europa in prima linea in tale settore. Ho seri dubbi che il settore della difesa possa da solo assicurare tutto ciò, mentre quello civile sembra poter garantire maggiori possibilità. Per questo è tempo, per l’industria aerospaziale italiana, di scelte strategiche, decidere dove investire le capacità di ricerca e sviluppo che ancora ci sono rimaste, determinare ciò che corrisponde all’interesse nazionale, ma in un’ottica anche europea e sapere che le scelte odierne determineranno la capacità futura di avere, o meno, ancora un ruolo in tale settore. Senza tali scelte, molto probabilmente altri decideranno per noi e difficilmente l’Italia potrà dire la sua quando il consolidamento dell’industria aerospaziale europea sarà fatto.

L’articolo di Mirco Zuliani, ex vice comandante supremo Nato Act (Allied command transformation), è stato pubblicato sul numero di dicembre di Airpress

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