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Coma cambia il rapporto tra Russia e Turchia

Di Emanuele Rossi
In In Evidenza
25/12/2016
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Se si valutasse il valore di un attentato non soltanto per il costo in vite umane, quello avvenuto lunedì ad Ankara sarebbe di certo in cima alla lista tra quelli dell’ultimo anno – e non sono pochi. L’ambasciatore russo Andrei Karlov è stato ucciso mentre avrebbe dovuto essere teoricamente protetto dalla sicurezza nella capitale turca, davanti alla telecamera ad alta definizione di Burhan Ozbilici, fotografo di Associated Press lì per fare un lavoro semplice che si è trasformato in uno scoop straordinario. Lui stesso, altro grande protagonista della vicenda, ha raccontato che lì per lì non aveva capito quello che stava succedendo, e credeva fosse una rappresentazione teatrale a contorno della presentazione della mostra d’arte: titolo, “La Russia vista con gli occhi turchi”.

I russi visti dai turchi
Ecco, appunto, agli occhi dei turchi la Russia in questo momento come è vista? L’uomo che ha ucciso uno dei più importanti diplomatici di stanza in Turchia si chiama Mevlut Mert Altintas, ha ventidue anni, ed è un poliziotto dal 2014. Sa sparare, si vede da come impugna professionalmente la pistola nelle immagini che in pochi minuti sono diventate virali. Ma anche fosse stato un dilettante non avrebbe potuto sbagliare, si trovava appena dietro Karlov, assegnato alla scorta – o forse imbucato, usando comunque il tesserino professionale. Altintas ha recitato versi di un noto poema islamista (tutti su Internet li hanno subito riconosciuti), ha gridato in un breve monologo con in mano la pistola fumante riferimenti al jihad, alzato l’indice nel tawheed e inneggiato alla lotta finché “i fratelli non avranno pace”, infine riferimenti ad Aleppo. Non è chiaro se ha agito da solo oppure è un elemento collegato ai vari gruppi jihadisti e islamisti armati che bazzicano il paese.

Flashback: un anno fa quasi scoppiava la guerra
L’anno scorso di questi tempi Ankara e Mosca vivevano il peggior momento nelle loro relazioni moderne: due F-16 decollati dalla base aerea Nato di Incirlik avevano tirato già un bombardiere Sukhoi russo sul confine siriano. Di più: dei due piloti uno era stato preso come un piattello dai miliziani turcomanni nemici del regime siriano e amicissimi esistenziali di Ankara mentre scendeva col paracadute dopo l’eiezione (comportamento fuori dalle convenzioni del diritto di guerra, ma questa è una nota futile se si parla di Siria); l’altro era stato recuperato da un missione search&rescue partita subito dalla base russa di Latakia, che però era costata la vita a un altro militare russo, ucciso quando il suo elicottero era stato centrato appena atterrato da un missile anticarro sparato sempre dai ribelli; con ogni probabilità uno dei missili anticarro forniti ai combattenti dell’opposizione a Bashar el Assad dal programma congiunto americano e turco. Un anno fa Assad era un nemico per Ankara, e la Russia e l’Iran, i più ferrei alleati del regime siriano, lo erano altrettanto: quando due mesi più tardi della vicenda del Sukhoi Mosca coordinò una delle tante ondate di barbarie per riconquistare la parte di Aleppo ai tempi ancora in mano ai ribelli, il governo turco si trovò sul punto di minacciare l’invio dei soldati per difendere gli aleppini. Ribelli compresi, molti dei quali hanno feeling duraturi in Turchia: per capirci, un gruppo del Free Syrian Army e i miliziani turcomanni stanno conducendo insieme ai soldati regolari turchi l’operazione Scudo dell’Eufrate al nord siriano, contro lo Stato islamico e contro i guerriglieri del Kurdistan siriano.

Oggi, all’insegna della stabilità
Partendo da qui, oggi: in questi ultimi mesi Ankara non ha minimamente inferito, nemmeno verbalmente, con l’exploit finale dei governativi su Aleppo, ha lasciato spazio di manovra ai russi, che vicendevolmente hanno lasciato spazio di manovra agli uomini della Scudo – Assad in queste vicende, al di là dei proclama, resta seduto sul sedile posteriore. In nome di una rinnovata (per altro molto rapida, avvenuta nel giro di due incontri presidenziali quest’estate) distensione dei rapporti, con scuse e chiarimenti, Mosca e Ankara si sono allineate. Martedì 20 dicembre, i ministri degli Esteri e della Difesa di Turchia e Russia si sono visti a Mosca, insieme ai rappresentati iraniani: questo schema a tre è quello che ha caratterizzato la crisi di Aleppo di queste settimane, con l’Iran che gioca un ruolo primario, visto che sono suoi gli uomini che, sotto le insegne delle varie milizie sciite schierate, conducono la battaglia dal campo. Per esempio, mentre Mosca ha tenuto un atteggiamento freddo e diplomatico sull’assassinio dell’ambasciatore (RT, il network del Cremlino, ha descritto l’incontro di martedì come amichevole, “nonostante” la triste vicenda di appena un giorno prima), un comunicato del gruppo libanese Hezbollah ha condannato duramente l’assassinio. Per il momento le destabilizzazioni laterali però non comprometteranno il procedere dei buoni rapporti russo-turchi (messo in ordine di pesi relativi): sia Ankara che Mosca hanno calcato la mano su un tentativo di destabilizzazione cercato da nemici comuni.

Risolvere la crisi degli altri
L’incontro a tre moscovita si è chiuso con una dichiarazioni di intenti sulla volontà di trovare una soluzione comune della guerra civile globale siriana, e con un nuovo appuntamento fissato per il 27 dicembre. Il ministro della Difesa russo Sergey Shoigu ha dichiarato che le tre nazioni sono pronte a mettere in pratica gli step operativi di una dichiarazione di intenti redatta dalla Russia. E dunque, a distanza di dodici mesi la Turchia – guidata dalla stessa linea politica, forse soltanto più estremizzata per via del fallito golpe di luglio – ha cambiato posizione sulla Siria: ancora Assad non è stato trasformato in un partner negoziale, ma l’Iran e la Russia, i suoi sponsor, sì. Ora i ministri di Ankara pubblicizzano la bontà del proprio operato su Aleppo, grazie a noi i civili sono stati evacuati dicono, ma dimenticano di ricordare che l’evacuazione di Aleppo corrisponde a una vittoria di Assad e alla peggiore sconfitta dei ribelli – quegli stessi ribelli che in passato aveva aiutato e sostenuto, cugini di quelli inglobati nella Scudo. Ora però la Turchia non può muovere le sue tele in Siria senza allinearsi con la Russia, e la Russia deve avere dalla sua la Turchia per vincere la sua guerra in Siria: è un gioco di interessi (essenzialmente: il controllo dei curdi lato turco, il consolidamento della presenza mediterranea e l’ostinazione per non perdere la faccia lato russo), su cui, di nuovo, Assad fa la parte della comparsa e l’Iran scalpita. Manifestazioni di protesta per l’operato di Ankara ci sono state per le strade di Istanbul e soprattutto ai confini turco-siriani, quelli protagonisti negli scorsi anni dei passaggi degli aiuti alle opposizioni armate. In un contesto del genere, in un paese dove le cellule e le istanze estremiste si appaiano alle derive radicali e nazionaliste, è facile che un ventiduenne come Altintas prenda un’arma e compia un gesto estremo. E su tutto resta un grande interrogativo: come fa a farsi garante di una pace così complessa un Paese che non riesce a garantire la sicurezza nemmeno a un alto diplomatico (di un Paese con cui i rapporti, critici, si stanno ricostruendo in fretta e sembrano diventare sempre più nevralgici), ucciso in un luogo apparentemente sicuro da un poliziotto fanatico?

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