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Chi è Rex Tillerson, il probabile segretario di Stato di Trump

Di Emanuele Rossi
In In Evidenza
12/12/2016
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Due persone vicine al transition team di Donald Trump hanno rivelato al New York Times, alla NBC e alla CNN, che il presidente eletto potrebbe proporre il posto di segretario di Stato a Rex Tillerson (i due sabato mattina si sono incontrati per la seconda volta in questa settimana). Il Wall Strett Journal scrive che Tillerson è il primo della lista tra i candidati per il posto. E così, alla fine, la scelta per il capo della diplomazia americana ricadrebbe su un personaggio inaspettato, mentre i rumors da settimane parlavano di volti più noti, come quello di Rudy Giuliani, “Fired” pochi giorni fa (per riprendere il claim del celebre programma televisivo “The Apprentice”, firma di Trump, che interpreta la parte del boss che via via licenzia i concorrenti non adatti per un posto come suo assistente). Tra i volti noti che Tillerson scavalca e che Trump licenzia, anche Mitt Romney, sfidante alle primarie e amato dal partito, poi protagonista di incontri serrati col presidente eletto; speranza, la sua nomina, per tutti quei repubblicani che hanno odiato Trump come candidato. E poi David Petraeus, lo stimato generale intellettuale di cui si era parlato molto nei giorni passati, e Bob Coker dal Tennessee, esperto presidente della Commissione Esteri del Senato.

L’amico russo

Tillerson è stato presidente dell’associazione americana Boy Scout of America (dal 2010 al 2012, in un bel ritratto il Dallas Morning News ricorda che fu anche grazie al suo operato se l’associazione ha aperto ai gay): il suo ruolo di Eagle Scout, il massimo livello dello scoutismo americano, ama indicarlo sul curriculum. Simpatico e dal tono gentile, il sessantaquattrenne difficilmente senza blazer e pantaloni grigi d’ordinanza è l’amministratore delegato della Exxon Mobile, colosso petrolifero americano con un flusso di greggio in grado da solo di alimentare il Brasile in cui lavora da 41 anni (era entrato come ingegnere appena laureato all’University of Texas): è un manager che misura il successo con i segni più del bilancio, ma grazie al suo lavoro, scrive il New York Times, “ha accumulato esperienza internazionale dallo Yemen alla Russia”; oltre che pacchetti di compensi salariali da 28 milioni di dollari l’anno. Con molti di quei leader mondiali con cui ha trattato da ceo della società che rappresentava, potrebbe avere incontri con un’agenda e con metodi diversi, durante i quali dovrà anche tener conto delle storiche difficoltà di gestione tra i vari settori del Dipartimento di Stato, un luogo in cui il dissenso tra funzionari è quotidianità molto (più che tra i dipendenti di un’azienda). In particolare sono i suoi rapporti con Mosca, o meglio direttamente col presidente Vladimir Putin, a essere l’argomento più citato dai media in questo momento. Nel 2013, l’anno prima che le relazioni russe con l’Occidente precipitassero causa le azioni in Crimea e Ucraina, Putin concesse a Tillerson l’Ordine dell’Amicizia, decorazione di stato riservata ai cittadini stranieri che con le proprie attività hanno favorito i rapporti con la Russia – nello stesso anno è stato inserito anche nella Hall of Fame dei personaggio texani. Nel 2014 la Exxon, causa sanzioni post-Ucraina, s’è trovata costretta a bloccare un importante progetto di perforazione nel Mare di Kara, artico russo (a ottobre il sito specialistico OilPrice.com ha valutato intorno al miliardo di dollari la perdita economica di Exxon conseguente alle sanzioni). Tillerson aveva chiuso quell’accordo artico sul posto con l’omologo del colosso russo Rosneft, Igor Sechin, uno dei più alti papaveri dell’inner circle putiniano – sotto sanzioni americane per la vicenda crimeana –, con cui il futuro capo dei diplomatici americani ha in piedi joint venture e programmi sociali (come aziende, s’intende). I due manager sono “molto vicini”, stando ai commenti su Twitter di Michael McFaul, l’ex ambasciatore americano in Russia (uno che non le manda a dire a Mosca, e per questo è stato gli è stato vietato l’ingresso nel paese). Le relazioni di Tillerson con l’Orso sarebbero la conferma definitiva sulla volontà di Trump di aprire a una collaborazione più ampia con Mosca– tutto mentre la comunità di intelligence americana ha consegnato al Senato, tramite la Cia, un report di indagine secondo cui la Russia avrebbe tramato per favorire la vittoria di Trump. Tillerson considera da sempre le sanzioni imposte alla Russia “inefficaci”.

La linea politica

Due i nomi per il ruolo di vice. Il primo John Bolton, diplomatico dalla linea durissima (scelta più probabile secondo la NBC): per esempio, è convinto che l’unica soluzione nella discussione con l’Iran sia intraprendere la strada per un regime change degli ayatollah – non il massimo per uno che volente o nolente si troverà archiviato l’accordo con cui il presidente uscente Barack Obama ha riqualificato diplomaticamente Teheran in cambio di un congelamento sul programma nucleare iraniano. Alternativa più potabile e moderata è invece Richard Haass, potente direttore del super-think-tank Council on Foreign Relations, uno degli intellettuali della politica estera più stimati da Trump. Dovesse essere il primo, quasi tutti gli analisti concordano che potrebbe creare problemi sia interni che esterni a Washington. Curiosità: in carica dal 2006 come ceo, durante l’era Tillerson la Exxon ha riconosciuto la base scientifica dei cambiamenti climatici, sostenendo l’accordo sul clima di Parigi e la necessità di leggi come la carbon tax (la tassa sul contenuto di carbonio dei carburanti, a cui il partito repubblicano si è opposto). A maggio in una relazione agli azionisti ha detto che per combattere l’emergenza “globale” del cambiamento climatico occorre l’impegno organico di aziende e governo. La linea in materia climatica del prossimo segretario di Stato non coincide perfettamente con quella del segretario all’ambiente, il falco Scott Pruitt? Un conto sono le idee, un conto le policy: Tillerson è ovviamente un sostenitore dell’energia fossile, “il mondo continuerà ad usare le energie fossili, che lo vogliamo o no” ha detto in un meeting di azionisti a maggio (fonte: Newsweek) e ha sostenuto che gli sforzi per tagliare le emissioni al momento rischiano di bloccare lo sviluppo: “A che serve salvare il pianeta se l’umanità soffre?” ha detto nel 2013 scatenando gli ambientalisti. Un punto di non contatto con le visioni di Trump, invece, è il supporto ai trattati di libero mercato, osteggiato dal vincitore repubblicano come un mantra in campagna elettorale. Punto in comune: come ha notato il Wall Street Jorunal, Tillerson non ha nessuna esperienza di governo, e Trump pure. Tillerson non è un trumpista della prim’ora: secondo il Dallas Morning News, durante la prima fase della campagna ha appoggiato non troppo apertamente Jeb Bush, che Trump ha asfaltato via via nel corso delle primarie e dei sondaggi fino a spingerlo al ritiro.

(Foto: Kremlin-ru, Igor Sechin, Vladimir Putin, Rex Tillerson)

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