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Ricerca e industria, il mio progetto per l’Asi

Di Flavia Giacobbe
In In Evidenza
22/05/2014
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Roberto Battiston, classe ‘56, è nato a Trento, dove insegna Fisica sperimentale. È il nuovo presidente dell’Asi. Tocca a lui il compito di riprendere le redini di una struttura strategica per il sistema-Paese. Al di là degli scandali che hanno travolto l’Agenzia, il nodo principale resta quello delle risorse. In questa intervista esclusiva ad Airpress il neo presidente dell’Asi anticipa il suo punto di vista sui principali dossier spaziali.

Professor Battiston, Lei raccoglie il testimone dell’Asi nel momento più sfidante per l’agenzia: rimettersi in carreggiata con le agenzie dei Paesi europei e non far perdere all’Italia la posizione in un comparto strategico e altamente competitivo. Quali sono le Sue priorità?

Le mie priorità sono dare all’Italia che fa spazio il ruolo che si merita considerando il livello di investimento e le eccellenze presenti nel Paese.

Le eccellenze italiane nel campo spaziale sono un dato di fatto. Tuttavia spesso dall’estero l’impressione è che l’Italia e le istituzioni preposte siano incapaci di fare-sistema, provocando una dispersione di risorse ed energie. Come crede di invertire questo trend?

Per fare-sistema ciascuno deve fare la sua parte. Per quanto riguarda l’Asi, ho intenzione di rendere più visibili i risultati delle attività spaziali, comunicando in modo efficace i risultati e i ritorni degli investimenti sia a livello tecnologico-scientifico sia industriale. L’esempio della Nasa in questo senso è di riferimento. Voglio rendere più trasparenti i processi decisionali e più rapidi i tempi di risposta dell’Agenzia. Naturalmente, pur razionalizzando l’organizzazione e l’uso delle risorse, sarà necessaria una fase di rilancio dell’Agenzia, considerando di quanto sia calato il suo bilancio nel corso degli ultimi cinque anni e di quanto, di conseguenza, sia sbilanciato il flusso di risorse in direzione del contributo all’Esa. L’Italia è stato un Paese fondatore dell’Agenzia spaziale europea e certamente il rapporto con l’Esa è di fondamentale importanza, ma senza capacità di investimento sui programmi nazionali, attualmente attestati a livello di meno di un decimo del contributo Esa, è molto difficile identificare e attuare strategie ottimali per il Paese.

Come pensa di affrontare il capitolo risorse? Le altre agenzie europee hanno budget a disposizione doppi se non tripli rispetto all’Asi. Crede ci siano degli aspetti da modificare nel rapporto con l’Esa?

Intendo affrontare questo problema con la massima priorità. Sottolineo però che ci sono anche delle risorse che aspettano solo di essere prese, intendo dire che nel programma Horizon 2020 ci sono ingenti investimenti per i vari ambiti del settore spaziale. Se siamo davvero competitivi, sia nella ricerca sia nell’industria, dobbiamo dimostrare di sapere riprendere i soldi che l’Italia ha messo nella Comunità europea e su cui spesso abbiamo un deficit di ritorni. L’investimento di Horizon 2020 nel settore spazio è complessivamente di circa 1,2 miliardi di euro, senza contare il programma Copernicus. Sono in parte soldi italiani che devono tornare all’industria e al sistema della ricerca del nostro Paese. L’Asi sosterrà politiche incentivanti in questa direzione, premiando chi dimostra di essere competitivo in Europa.

Nell’ambito di una riorganizzazione complessiva del’Agenzia che ruolo prevede per il Cira di Napoli?

L’Asi ha certamente bisogno di una infrastruttura di ricerca avanzata per il settore spaziale e il Cira può giocare questo ruolo. Ma deve essere chiaro che non è questo il tempo per politiche assistenziali: occorre estrarre il meglio che ciascuna realtà può fornire, verificare la sua competitività e investire solo su quelle che superano questa verifica.

Quali sono i programmi principali sui quali l’Asi dovrà puntare?

Attiverò una accurata indagine per identificare lo stato e la competitività dei vari programmi industriali e poi prenderò le decisioni conseguenti. Considero molto importante realizzare un rapporto più stretto e organico con il sistema della ricerca italiana, sia gli enti sia le università: vorrei fare in modo che questa parte dell’attività dell’Asi, la ricerca, diventi e faccia sistema con la parte industriale, del resto è questa la filosofia che ispira Horizon 2020.

Restando nell’ambito dei programmi: la realizzazione della seconda generazione di Cosmo- SkyMed è a rischio, rinunciarci significherebbe cedere tecnologie all’estero. Come intende affrontare questo capitolo?

Cosmo-SkyMed-I è un programma molto importante che merita la massima attenzione ed è stato finanziato con una legge speciale. Se però qualcuno ha pensato che sia possibile realizzare Cosmo-SkyMed-2 con il finanziamento ordinario dell’Agenzia deve avere fatto male i conti, in quanto, con tutta la buona volontà, è semplicemente impossibile data la grande erosione di risorse per i programmi nazionali a cui abbiamo assistito negli ultimi anni. Dovremo trovare una soluzione a questo problema attraverso una opportuna azione di concertazione che non potrà non coinvolgere il ministero e il governo.

L’ipotesi che le competenze di Avio Spazio restino in Italia è un fattore positivo secondo Lei?

Avio è una risorsa per il sistema spaziale italiano ed europeo e i successi del programma Vega, tre lanci impeccabili, lo dimostrano. Al meeting di Cologna dove mi trovo, J. J. Dordain ha ricordato come sia rimasto impressionato dalla quantità di giovani e bravi ingegneri italiani visti al lavoro in Italia e in Guiana per realizzare questo lanciatore. Se correttamente gestito, un programma spaziale competitivo genera lavoro, attrae giovani capaci, permette di non perderli all’estero come accade troppo spesso nel nostro Paese. È chiaro che sarebbe preferibile che la governance di una risorsa come Avio rimanesse in Italia: in caso contrario il rischio di un futuro trasferimento di attività verso altri Paesi diventerebbe difficile da contrastare.

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