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Migliorare la sicurezza del cyberspazio, la ricerca IAI

Di Cyber Affairs
In In Evidenza
05/12/2016
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Terroristi e criminali informatici utilizzano sempre di più lo spazio cibernetico per le loro attività illecite. ll Consiglio dell’Unione europea ha sottolineato nelle conclusioni del 9 giugno quanto sia importante rendere più efficace le attività investigative e la giustizia penale nello spazio cibernetico. È in questo contensto che si inserisce lo studio “EUnited Against Crime: Improving Criminal Justice in European Union Cyberspace”, il quale fornisce alcune raccomandazioni mirate ad alimentare il dibattito in corso in seno alle istituzioni comunitarie. La Commissione europea pubblicherà un rapporto proprio su queste tematiche nella prima metà di dicembre.

Il report – realizzato da Tommaso De Zan e Simona Autolitano dell’Istituto Affari Internazionali (Iai), in collaborazione con la FRS di Parigi e la SWP di Berlino e il supporto di Microsoft – cerca di rispondere a tre domande principali: Quali sono i principali problemi che gli Stati membri dell’Ue si trovano oggi a dover affrontare nella raccolta delle cosiddetta “prova digitale”? Come stanno affrontando questi problemi? Un quadro comune Ue può contribuire a risolverli?

L’Ue, si consiglia nel documento, dovrebbe innanzitutto partire con la definizione di principi per determinare chi ha l’autorità per applicare la propria giurisdizione nello spazio cibernetico, come ha recentemente sottolineato in un’intervista a Cyber Affairs anche Gianfranco Incarnato, vice direttore generale per gli affari politici e direttore centrale per la sicurezza, il disarmo e la non proliferazione del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Nella fattispecie, il rapporto consiglia di spostarsi da un approccio basato sull’oggetto (la prova viene raccolta dall’autorità nazionale nel Paese dove si trova la prova, quindi “l’oggetto” in questo caso) ad un approccio basato sul soggetto (è l’autorità nazionale del paese di residenza del sospetto o della vittima, il “soggetto”, che può chiedere al service provider di consegnare la prova digitale).

In aggiunta, si “dovrebbe adottare un quadro comune che definisca con chiarezza che cosa costituisca una “prova digitale”, che cosa sia un “service provider” (possibilmente includendo i cosiddetti “information society provider” come Facebook e Google) e che cosa significa per un service provider “offrire i propri servizi in Europa”. Inoltre, per rendere più efficace la cooperazione giudiziaria, il report crede che l’Ue dovrebbe chiarire l’applicazione del principio del reciproco riconoscimento sancito dallo European Investigation Order (EIO) anche in relazione alle prove digitali. Eppure, tutte queste riforme, aggiunge l’analisi “sarebbero di poco aiuto se il cambiamento di legislazione non fossa perseguito anche in Paesi terzi interessati”, soprattutto negli Stati Uniti, i quali hanno una posizione di rilevanza per via della nazionalità (americana) di molti dei principali colossi tecnologici, che sono in possesso di molti dei dati online dei cittadini europei e di tutto il mondo.​

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