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Kerry e Lavrov discutono di Siria a Roma

Di Emanuele Rossi
In In Evidenza
05/12/2016
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Il segretario di Stato americano John Kerry ha incontrato a Roma l’omologo russo Sergei Lavrov (e anche il Papa): tema della chiacchierata, la Siria. “Tutta la diplomazia è ancora viva”, dice Kerry, ma già il fatto che usi la parola “alive”, come si fa per qualcosa che sta lottando per la sopravvivenza è emblematico della situazione: gli Stati Uniti al momento non esercitano nessun genere di pressione sulle dinamiche del conflitto. Il capo della diplomazia americana ha anche incontrato l’inviato Onu per la crisi, Staffan de Mistura, al quale ha chiesto di ripristinare i talks di Ginevra, ma sembra che nemmeno le Nazioni Unite abbiano il pallino della situazione. Aleppo, la seconda città più importante della Siria e fulcro attuale del conflitto, sta cadendo nelle mani di Bashar el Assad: questa probabilmente non sarà la fine della guerra civile, ma potrebbe segnare il momento di maggior controllo del governo sulle opposizioni. La vittoria governativa aleppina si porta dietro una carneficina che coinvolge i civili, una crisi umanitaria che è già stata definita la più grossa dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Kerry soffre il fatto che tra poco più di un mese il suo potere sarà praticamente nullo, e in questa fase è evidente che la Casa Bianca non solo sia restia, ma proprio non abbia carte da giocare: il 20 gennaio l’amministrazione Obama (di cui Kerry è raffigurazione) sarà sostituita da quella enigmatica di Donald Trump. Ed è anche per questo che gli uomini del repubblicano vincente hanno invece maggiori carte in mano. In una dichiarazione a Ria Novosti l’esperto vice ministro degli Esteri russo, Mikhail Bogdanov (esperto soprattutto di mondo arabo), ha detto che i contatti con il team di Trump “sono già iniziati”, ed è probabile che l’interlocutore sia Michael Flynn, Consigliere messo dal repubblicano alla guida della Sicurezza Nazionale. Flynn, come Trump d’altronde, ha mostrato in passato aperture nei confronti della Russia, anche sulla risoluzione delle crisi in Siria. Washington trumpista vorrebbe collaborare con Mosca per combattere i terroristi, ma i russi dicono che tutti i ribelli sono terroristi e lo stesso Bogdanov ha annunciato che “spera” che la situazione ad Aleppo sia risolta prima del 2016. Ossia, prima che Trump entri allo Studio Ovale: due settimane fa de Mistura aveva dichiarato che se anche Trump volesse aprire a una collaborazione con la Russia – “Speriamo in questo”, dice Bogdanov – avrebbe avuto una finestra limitata, perché entro fine anno i russi avrebbero creato ad Aleppo un disastro umanitario tale che sarebbe stato “imbarazzante per chiunque” cercare una loro collaborazione (dall’Onu in questi giorni è uscito un annuncio che minaccia i rischi che Aleppo diventi “un gigante cimitero”).

Questi contatti russo-americani escono per bocca di un uomo forte del Cremlino e vengono ripresi da tutti gli organi di stampa che diffondono le linee politiche di Mosca: dunque è un messaggio del tipo “siamo in marcia insieme”. Inoltre, il fatto che questi colloqui vengano ripresi proprio adesso, sommato al fatto che Kerry chieda nuovamente di riaprire gli incontri di Ginevra, da cui gli Stati Uniti si erano ufficialmente tirati fuori a inizio ottobre (in mezzo, accuse di crimini di guerra contro la Russia), indica che la crisi potrebbe essere a un punto di svolta. Mosca si muove militarmente e diplomaticamente, la Washington futura di Trump si allinea, quella attuale di Barack Obama cerca un disperato tentativo di metterci una pezza – Kerry e Lavrov si rivedranno anche mercoledì ad Amburgo, a latere della European security conference. Aleppo potrebbe essere un game-changer e sta effettivamente cadendo, salvo qualche notizia non verificabile che ogni tanto esce a proposito di quartieri o piccole aree riconquistate dai ribelli. Nota: l’esercito siriano sarebbe niente senza l’appoggio aereo russo e terrestre iraniano (qui declinato in milizie sciite, per esempio gli Hezbollah o alcuni gruppi iracheni, Pasdaran e uomini delle forze speciali Quds dei Guardiani), anche perché Assad tiene le uniche due unità spendibili, la Divisione Tigre e i Falchi del Deserto, vicini ai suoi palazzi di Damasco come bodyguard speciali.

In tutta questa situazione di dialoghi dell’ultimo minuto – o del prossimo futuro, dipende dalla prospettiva –, che avviene mentre le bombe cadono e colpiscono indifferentemente combattenti e bambini, s’è inserita la Turchia. Uomini di Ankara starebbero guidando negoziati (non-troppo) segreti tra i ribelli, su cui i turchi giocano un forte ascendente, e i russi, che trattano per conto del governo – qualcuno sostiene che ormai la Siria è un “protettorato russo”. I ribelli dicono che i russi bluffano, stanno procrastinando, e non hanno vere intenzioni di trattare: tra l’altro, l’unica trattativa che i primi vorrebbero è che venisse deposto Assad, mentre gli altri vorrebbero i primi fuori da Aleppo per riconsegnarla proprio al rais, dunque è chiara la distanza. Però ci si ricorderà di quanto successo a Daraaya: poco dopo l’inizio dell’operazione Scudo (con cui la Turchia vorrebbe contenere l’Is, e i curdi, ai propri confini) i turchi avanzarono senza intoppi verso l’importante città di Jarabulus, mentre il governo siriano parlava di violazione della sovranità ma restava immobile e Mosca taceva. Qualche giorno dopo, Daraaya, roccaforte dell’opposizione siriana nel rif di Damasco, cadde nelle mani governative dopo quattro anni. Ricostruzioni non confermabili parlano di una mediazione turca che fece demordere i ribelli. C’è di più però. La notizia di questi contatti, che ha accompagnato una visita turca di Lavrov, anche se sono in piedi da qualche settimana, è arrivata praticamente insieme a una dichiarazione inaspettata del presidente Recep Tayyp Erdogan, che ha a sua volta seguito diversi colloqui telefonici (almeno tre nel giro di una settimana) tenuti dal turco con l’omologo Vladimir Putin: il 29 novembre, Erdogan durante un discorso a Istanbul ha dichiarato che il vero motivo per cui i suoi soldati sono entrati in Siria è “cacciare Assad”. La cosa ha fatto preoccupare i russi, ma, per esempio, Ayse Sozen Usluer, capo del dipartimento esteri dell’Ufficio di presidenza turco, ha spiegato che tra Turchia e Russia ci sono delle differenze di vedute, ma tutto è risolvibile. Il 24 novembre quattro soldati turchi della Scudo sono stati uccisi al nord siriano da un bombardamento probabilmente governativo, forse russo: la data è simbolica, perché lo stesso giorno, nel 2015, Ankara inviò due caccia F16 ad abbattere un Sukhoi russo scatenando un incidente diplomatico enorme. Adesso, a distanza di dodici mesi, le relazioni sono tornate talmente buone tra i due paesi, che il governo turco sta tenendo un profilo basso sui quattro caduti, anche se inizialmente aveva annunciato vendetta. Il 2 dicembre Russia Today, megafono propagandistico del Cremlino a diffusione internazionale, suonava le fanfare sulla notizia che il parlamento turco ha ratificato la costruzione del Turkish Stream, pipeline dall’enorme valore geopolitico che permetterebbe al gas naturale russo di arrivare sul Mediterraneo.

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