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Trump, la Nato e l’Unione europea

Di Stefano Vespa
In In Evidenza
14/11/2016
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Fin dalla vigilia delle elezioni americane era noto che le annunciate posizioni di Donald Trump sul ruolo della Nato avrebbero creato problemi in caso di una sua vittoria. Oggi che quella vittoria è realtà e in attesa di capire quali saranno gli sviluppi concreti, non c’è dubbio che le principali nazioni europee si trovano nella condizione di dovere litigare di meno e agire di più sulla cosiddetta “Difesa comune europea”.

Il tema era ben noto all’Italia che già l’11 agosto scorso prese posizione con la lettera dei ministri degli Esteri, Paolo Gentiloni, e della Difesa, Roberta Pinotti, pubblicata da Le Monde e la Repubblica nella quale si diceva che “non si tratterebbe di creare una ‘armata europea’ che raggruppi la totalità delle forze nazionali degli Stati partecipanti, ma di costituire una ‘forza europea multinazionale’, con funzioni e un mandato stabiliti insieme, dotata di una struttura di comando e di meccanismi decisionali e budgetari comuni”. Presupposto di questa forza dovrebbero essere accresciute “capacità militari comuni, con una maggiore cooperazione tra gli Stati membri e un rafforzamento dell’industria europea della difesa”.

È significativo che nell’anniversario degli attentati di Parigi del 13 novembre 2015 il primo ministro francese, Manuel Valls, abbia scritto un articolo per una catena di giornali (tra i quali la Repubblica) che è una specie di chiamata alle armi rivolta a tutta l’Europa per aumentare la sicurezza ai confini, per rilanciare il tema del “Passenger Name Record (Pnr), che consente di tracciare gli spostamenti, anche sui voli in Europa” e, in sintesi, per sconfiggere il terrorismo dell’Isis. “Occuparsi di noi – scrive Valls – significa anche costruire un esercito europeo, forze immediatamente mobilitabili, con una totale autonomia strategica. È il senso del fondo europeo dedicato alla difesa e alla sicurezza che la Commissione proporrà a breve. E ogni Paese deve aumentare il proprio sforzo di difesa dedicandovi almeno il 2 per cento del proprio Pil. In materia di Difesa, non possono più esserci ‘passeggeri clandestini’. Siamo tutti sulla stessa barca! La Francia assume oggi una grossa parte dello sforzo, per colpire Daesh nelle sue roccaforti, in Iraq e in Siria, e combattere i gruppi jihadisti in Africa. Non può essere l’unica”.

Mettendo da parte il noto interventismo francese (Libia 2011 docet), è difficile dare torto a Valls, che tra l’altro cita quel 2 per cento da tempo richiesto a gran voce dal segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. Anche se i termini del minore impegno di Trump nella Nato non sono ancora chiari, James Woolsey è stato molto diretto nell’intervista alla Stampa del 12 novembre. Già direttore della Cia con la presidenza di Bill Clinton, Woolsey è oggi uno dei più stretti collaboratori di Trump nel settore della difesa e sicurezza. Oltre ad anticipare che la prima cosa da fare “sarà potenziare le Forze armate che sono state fortemente indebolite durante gli otto anni di Barack Obama”, sull’Alleanza Woolsey è stato chiarissimo: “La Nato sarà più forte che sotto qualunque altro presidente nella storia americana, ma va riequilibrata. È dal 1949 che i capi della Casa Bianca si lamentano perché gli europei non fanno abbastanza per finanziare la sicurezza comune. Noi investiamo molto nella difesa, molto più degli alleati in termini percentuali di bilancio, e questo disturba gli americani» aggiungendo uno zuccherino: “Ma questo non significa che verremo meno ai nostri obblighi verso gli alleati”.

In questo contesto l’Italia dovrà dare segnali precisi visto che la spesa della Difesa è pari allo 0,95 del Pil e che gli impegni sono sempre più onerosi. Per esempio, non si conoscono ancora le intenzioni di Trump sull’Afghanistan (i talebani gli hanno dato il benvenuto con un attentato suicida nella base Usa di Bagram che ha ucciso quattro americani, due militari e due contractor): Obama aveva rinviato il ritiro vista la situazione e aveva chiesto a Matteo Renzi di prolungare l’impegno italiano per tutto il 2016, addirittura rimpolpando il contingente. Non è sufficiente inviare a Herat il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Luca Lotti (che ha la delega all’editoria) alla vigilia del referendum del 4 dicembre a dire ai nostri militari quanto sono bravi. O comunque, se c’è così tanta attenzione verso le Forze armate, ora più che mai è indispensabile che dalla legge di Bilancio in discussione in Parlamento arrivino più soldi. I tempi di una difesa europea comune, se mai ci si arriverà, sono lunghissimi. Nel frattempo servono fatti concreti, anche per non perdere ulteriori posizioni nei confronti di altre nazioni europee meno titubanti.

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