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Cosa cambia con Trump per il comparto Difesa americano (ed europeo)

Di Stefano Pioppi
In In Evidenza
10/11/2016
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Dopo la sorpresa per il risultato elettorale, è iniziato il tempo delle valutazioni, e per il settore difesa e aerospazio sembrano presentarsi opportunità importanti con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca. In realtà, le previsioni sulle ripercussioni che i risultati delle elezioni potrebbero avere sul mercato nazionale e internazionale della difesa sono per ora piuttosto caute. Se una parte del comparto gioisce per la probabile spinta a un aumento del budget difesa, un’altra sembra preoccupata dagli effetti che l’annunciato protezionismo potrebbe avere sull’export militare.

In ogni caso, a giudicare dall’andamento in borsa dei titoli di alcune tra le maggiori industrie americane del settore difesa e aerospazio, gli investitori sembrano dare fiducia al neo presidente eletto. Il giorno dopo le elezioni, Lockheed Martin, Northrop Grumman e General Dynamics hanno chiuso tra il +5 e +7%, mentre Raytheon ha addirittura raggiunto un +7,45%. In realtà, la fiducia degli investitori è probabilmente da attribuirsi non tanto all’elezione di Donald J. Trump, quanto alla conquista da parte del Partito Repubblicano della maggioranza in entrambe le camere del Congresso. Come riporta DefenseNews, secondo Byron Callan, esperto della società di consulenza finanziaria Capital Alpha Partners, l’arrivo di Trump alla Casa Bianca e il controllo repubblicano del Congresso potrebbero determinare un aumento del budget della difesa “di almeno 18 miliardi di dollari rispetto alla richiesta dell’amministrazione Obama per l’anno fiscale 2017”. Si tratterebbe di “un aumento del 2-3% rispetto all’anno fiscale 2016, non una crescita zero come ci si attendeva”, ha aggiunto Callan. La richiesta del Pentagono per il prossimo anno è infatti di 582,7 miliardi di dollari, sostanzialmente in linea con l’anno precedente. Il Congresso potrebbe decidere di aumentare questa cifra, agendo anche sulla dislocazione delle risorse. Secondo l’analista Jim McAleese, la presidenza Trump potrebbe determinare un aumento tra i 9 e i 18 miliardi di dollari per le Overseas contingency operation (Oco), fondi esclusi dal budget di base del Dipartimento della Difesa (DoD) e del Dipartimento di Stato e destinati ad operazioni militari oltremare come, storicamente, in Iraq e Afghanistan. Inoltre, “gli investitori – spiega McAleese a DefenseNews – percepiscono che la presidenza di Trump ostacolerà il potenziale taglio di 25 miliardi di dollari ai fondi top-line del DoD che altrimenti avverrebbero nel 2018”.

L’esperto Loren Thompson, intervenuto su Forbes.com, è apparso invece leggermente più cauto: “La questione maggiore riguarda il mondo in cui le priorità di Trump per la Difesa saranno conciliate con i piani di taglio delle tasse, di protezione dei sussidi e di investimento in infrastrutture”. Tali obiettivi “inevitabilmente porranno dei limiti a quanto egli potrà investire in nuovi equipaggiamenti militari”. In ogni caso, per Thompson, la notizia positiva per il settore è che “Trump vuole ridurre drasticamente il tasso di imposta sul reddito delle società e rafforzare la produzione interna degli Stati Uniti”.

D’altronde, durante la campagna elettorale Trump aveva annunciato un aumento di 90mila soldati, 350 navi e 100 aerei da combattimento, oltre a un ammodernamento della capacità missilistiche nucleari. Di ciò, qualora venisse effettivamente realizzato e data l’evidente preferenza per l’industria nazionale, potrebbe beneficiare tutto il comparto statunitense e praticamente tutte le grandi industrie del Paese. Dalla prospettiva europea, questa non è necessariamente una brutta notizia. Conversando con Formiche.net, il direttore dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) Paolo Magri ha illustrato le ragioni per cui, dell’isolazionismo di Trump, potrebbe beneficiare proprio l’Unione europea. La riduzione dell’impegno militare americano, anche in ambito Nato, potrebbe infatti spingere l’Ue a “una maggiore assunzione di responsabilità”, alimentando ulteriormente l’integrazione europea della Difesa per cui l’Italia sta spingendo tanto. D’altra parte anche gli altri Paesi membri della Nato potrebbero optare per un potenziamento dell’industria nazionale, a discapito dei rapporti con gli Stati Uniti. Ciò, secondo Byron Callan, influendo sull’export statunitense, potrebbe nel lungo periodo attenuare i benefici che l’aumento del budget difesa significa per l’industria statunitense. Tale preoccupazione non sembra però ancora essere così concreta. Nella giornata successiva alle elezioni, Leonardo-Finmeccanica ha chiuso con un +7,61, proprio per “l’attesa di maggiori spese militari da parte del nuovo governo Usa”, ha spiegato sulle pagine del quotidiano Mf Manuel Follis.

Negli Stati Uniti, il carattere nazional-populista di Trump potrebbe però generare anche un’apprensione differente, in quanto determinerebbe per il comparto nazionale una riduzione del proprio potere contrattuale. “Un presidente populista – spiega Callan – potrebbe essere meno tollerante nei confronti del superamento dei costi sui principali sistemi d’arma”. Di conseguenza, “un maggiore uso dei contratti a prezzo fisso potrebbe comportare maggiori rischi per il settore”.

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