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Dal 1918, evviva le Forze armate

Di Stefano Pioppi
In In Evidenza
04/11/2016
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Erano le ore 12:00 del 4 novembre 1918, quando il comandante supremo dell’Esercito italiano, il generale Armando Vittorio Diaz rilasciava il bollettino di guerra n. 1268, meglio conosciuto come bollettino della vittoria: “l’Esercito austro-ungarico è annientato”. Poche ore prima, nella serata del 3 novembre, presso la villa del conte Vettor Giusti del Giardino, situata in località Mandria nei pressi di Padova e meglio conosciuta come Villa Giusti, il comandante del VI Corpo d’armata austro-ungarico generale Weber von Webenau, sottoscriveva le clausole dell’armistizio imposte dal maresciallo generale del Regno Pietro Badoglio. Nel frattempo, le truppe italiane avevano fatto il loro ingresso nei territori di Trento e Trieste, ultimo atto della controffensiva di Vittorio Veneto iniziata il 24 ottobre e possibile solo grazie alla strenua difesa che l’anno prima aveva fermato l’esercito austro-ungarico sul Piave e su Monte Grappa. Ad ottobre del 1917, infatti, l’attenuazione dell’impegno bellico della Russia, totalmente assorta nella rivoluzione bolscevica, aveva permesso all’impero austro-ungarico di potenziare lo sforzo sul fronte meridionale, penetrando le difese italiane in quella che viene ricordata come disfatta di Caporetto. Nonostante la sonora sconfitta, il cambio al vertice militare tra i generali Cadorna e Diaz e la rapida riorganizzazione delle Forze permisero di fermare l’avanzata nemica proprio sul Piave. Da lì parti la controffensiva italiana nel 1918, non prima di aver resistito all’offensiva Solstizio con cui, nel giugno dello stesso anno, l’esercito austro-ungarico aveva cercato di fare nuovamente breccia nelle linee difensive italiane. Il 24 ottobre, alle 03:00 del mattino, con il fuoco d’artiglieria della IV armata del generale Giardino nel settore Grappa, partiva proprio dal Piave l’offensiva italiana diretta a Vittorio Veneto e destinata a portare i nostri miliari fin dentro Trento e Trieste, costringendo a Villa Giusti i rappresentati austro-ungarici ad accettare, dopo tre giorni di negoziati, le condizioni imposte dalle controparti italiane. Qualche giorno dopo, l’11 novembre, in un vagone ferroviario a Rethondes nella Francia settentrionale, fu l’impero tedesco a firmare l’armistizio con le potenze Alleate.

La Grande guerra era finita, e l’Italia aveva vinto. Se per tutti era finita la Prima guerra mondiale, per il nostro Paese era terminata la quarta guerra di indipendenza, quella che aveva permesso di conquistare le terre irredente di Trento e Trieste. A 98 anni da allore, è ancora un giorno di festa. Fu il re Vittorio Emanuele III, con il regio decreto 1354 del 23 ottobre 1922, a stabilire che “il giorno 4 novembre, anniversario della nostra vittoria, è dichiarato festa nazionale”. Già un anno prima intanto, il 4 novembre 1921, era avvenuta la solenne tumulazione del milite ignoto presso l’Altare della Patria a Roma, luogo presso cui ancora oggi si reca a rendere omaggio il presidente della Repubblica. Da quel lontano 1922, oggi è il Giorno dell’Unità nazionale e la Giornata delle Forze armate, festività che ha attraversato tutte le fasi della storia italiana dal primo dopo guerra. Celebrata con forti tinte nazionaliste durante il ventennio fascista e quasi dimenticata dopo la Seconda guerra mondiale, tale festività è stata ridimensionata negli anni ’70 secondo uno spirito di risparmio che la rese “festa mobile”. È stato nei primi anni 2000 senza dubbio il presidente Carlo Azeglio Ciampi a ridare lustro a questa giornata carica di valore simbolico ed emotivo. Pur nel ripudio della guerra quale strumento di offesa, infatti, non si può non ricordare tutti coloro che hanno sacrificato la vita per l’ideale di Patria e di attaccamento al dovere. E oggi, le tante autorità ma soprattutto le tante persone accorse ad assistere alle celebrazioni in piazza Venezia a Roma, testimoniano il forte legame tra la cittadinanza e la storia d’Italia e la grande fiducia di tutto il Paese nei confronti delle proprie Forze armate.

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