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L’Europa sotto attacco. Ecco le possibili strategie di difesa

Di Stefano Pioppi
In In Evidenza
27/10/2016
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Le minacce che oggi insidiano l’Europa hanno raggiunto un livello di pericolosità senza precedenti, e gli arresti compiuti oggi dai Carabinieri del Ros in nord Italia nei confronti di tre presunti terroristi lo dimostrano. Il quadro attuale rende così necessaria l’elaborazione non solo di una strategia di difesa efficacie e comprensiva, ma anche di una cultura della sicurezza che coinvolga élite politiche e società civile. È quanto emerso dall’evento “L’Europa sotto attacco: verso una nuova strategia di sicurezza per fronteggiare un quadro di minacce sempre più insidioso”, organizzato a Roma dall’Istituto Gino Germani di scienze sociali e studi strategici. Hanno partecipato, tra gli altri, il direttore dell’Istituto Luigi Sergio Germani, il presidente dell’Istituto francese d’analisi strategica (Ifas) Francois Géré, il senior fellow del Center for transatlantic relations della John Hopkins School Donald Jensen, l’esperto di estremismo del Center for cyber and homeland security della George Washington University Lorenzo Vidino, il senior resident fellow del German Marshall Fund of the United States Christian Molling e il ceo di Brexit Analytica Garvan Walshe.

Come emerso dal dibattito, il Vecchio continente deve affrontare “la necessità di avviare un profondo ripensamento strategico di fronte a minacce inedite”, aveva già spiegato il direttore dell’Istituto Luigi Sergio Germani. Di fronte a un contesto ricco e disomogeneo di rischi e minacce, per Francois Géré occorre “elaborare una strategia flessibile e selettiva”. Ciò, tuttavia, senza appesantire ulteriormente la struttura istituzionale dell’Unione europea (Ue). “Dobbiamo – ha aggiunto Géré – ristorare fiducia e credibilità evitando di aggiungere burocrazia”. La nuova strategia europea potrebbe essere anche molto concreta su alcuni punti: “guardia costiera, servizi di intelligence e protezione informatica contro la propaganda salafita ma anche nei confronti della disinformazione russa”, ha spiegato il presidente dell’Ifas di Parigi. Un nuovo approccio alla sicurezza che non può non passare “per la chiarificazione della relazione con la Nato, oltre la troppo semplicistica divisione del lavoro tra soft e hard power tra l’una e l’altra organizzazione”.

Nel composito quadro di minacce che affliggono l’Europa, la più tradizionale appare la pressione ad est della Russia, legata a diversi obiettivi del Cremlino. “Prima di tutto – ha detto Donald Jensen – l’obiettivo della politica estera russa è ritornare ad essere una grande potenza. Poi c’è la preservazione del regime di Putin, per cui sembra necessaria la creazione di una serie di nemici esterni che portino la popolazione a supportare l’establishment”. Infine, c’è il tentativo “del Cremlino di orientare il sistema internazionale – ha aggiunto il senior fellow della John Hopkins School – anche con il cinico obiettivo di coltivare la forze anti-democratiche in Europa per aumentare l’influenza russa”.

Dal fianco sud arriva invece un’altra minaccia: il terrorismo jihadista. “Fino a cinque o sei anni fa vivevamo l’età dell’ottimismo, con la morte di Osama bin Laden, l’emersione della Primavera araba e, ancora prima, l’elezione di Obama”, ha spiegato l’esperto di estremismo jihadista Lorenzo Vidino. “Oggi assistiamo al fallimento della convinzione secondo cui la minaccia terroristica era sotto controllo”. In questi mesi c’è un fattore di nuova preoccupazione. “La sconfitta sul campo dell’Isis – ha spiegato Vidino – non è necessariamente, nel breve e medio termine, una buona dinamica dalla prospettiva della sicurezza europea”. Infatti, “alcuni individui torneranno in Europa. E, sebbene solo una minoranza, un numero comunque elevato potrebbe intraprendere attività terroristiche”. Il problema principale nella strategia di difesa consiste nei limiti legali che le democrazie occidentali, proprio in virtù dei valori su cui si fondano, conservano relativamente al perseguimento dei presunti radicalizzati. “Non è possibile perseguire qualcuno solo perché consulta siti di propaganda jihadista o perché è ritratto in foto in abbigliamento militare con un AK-47”, ha detto il direttore del Programma sull’estremismo del Center for cyber and homeland security della George Washington University. Si può sicuramente operare attraverso la sorveglianza e le attività di intelligence, particolarmente difficili però per un numero di soggetti da controllare così elevato come in molti Paesi europei. L’alternativa potrebbe essere l’approccio “adottato dalla Danimarca, con programmi di riabilitazione dei foreign fighter rientrati, che ne permettano la de-radicalizzazione e il reinserimento sociale”.

Certo non può mancare l’hard power. Anche perché, come ha spiegato Christian Molling, “sono le capacità effettive a fare la differenza, permettendoci di combattere efficacemente l’Isis e di attuare deterrenza nei confronti della Russia”. In questo senso, “dopo il Summti Nato di Varsavia e la Strategia globale dell’Ue, occorre tornare a lavoro sulle capacità”, ha spiegato Molling. Oggi, “l’atmosfera in Europa sta migliorando. I budget per la difesa, le nuove formazioni e il dialogo politico – ha aggiunto il senior resident fellow del German Marshall Fund of the United States – sono segnali positivi” per la necessaria integrazione delle politiche e strategie di difesa.

Infine, a complicare ulteriormente il contesto di sicurezza continentale, ci sono le incertezze derivanti dalla Brexit. In realtà, in Regno Unito, “la sicurezza è considerata, anche da alcuni sostenitori del leave, uno dei temi su cui la cooperazione europea è necessaria”, ha assicurato Garvan Walshe, ceo di Brexit Analytica. Ne potrebbe conseguire una continuazione della “collaborazione operativa, tra servizi di intelligence, polizie e Forze armate, anche qualora venga effettivamente a mancare la cooperazione politica”.

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