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Ottobre 2016

Di Redazione
In Editoriali
24/10/2016
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Le bandiere italiane che sventolavano a Washington in occasione della visita di Stato del presidente del Consiglio sono il segno di una novità significativa. Non era mai accaduto che al nostro Paese venisse riconosciuto così platealmente un ruolo decisivo e determinante nelle relazioni fra Stati Uniti ed Europa. Quello che si è celebrato alla Casa Bianca non è stato il rapporto speciale fra Obama e Renzi. Si è consacrata una scelta di lungo termine da parte dei due Paesi che scommettono su una visione condivisa di occidente e lo fanno in una prospettiva che naturalmente va oltre gli attuali inquilini di Casa Bianca e Palazzo Chigi. Con l’uscita politica del Regno Unito dall’Unione europea, Roma resta il più solido pilastro del ponte che unisce i due lati dell’Atlantico. In questo senso, il nostro impegno in Iraq e nei tanti scenari nei quali siamo protagonisti con la Nato è certamente una ragione di orgoglio. Siamo ancora lontani dagli obiettivi minimi di investimento sulla difesa (target europeo fissato al 2% del Pil) ma quest’anno in legge di bilancio registriamo un segnale positivo di inversione di tendenza, pur concentrando l’incremento del budget nella spesa per il personale. D’altra parte, il versante industriale potrà beneficiare delle misure contenute nel piano Industria 4.0 predisposto dal ministro Calenda e approvato dal governo. Il contesto politico si presenta quindi in una condizione più favorevole rispetto anche al recente passato. E anche la nostra presenza militare nei Baltici da questo punto di vista rappresenta un elemento di chiarezza assai opportuno. Ora tocca a tutti proseguire in modo consequenziale. Due i punti su cui varrà la pena di concentrare gli sforzi di policy: le alleanze industriali e l’impegno a crescere nella capacità difensiva dello spazio cibernetico. È evidente che l’industria della difesa in Italia agisce in una logica di mercato, con società quotate e azionariati privati. Allo stesso modo non si può ignorare che alcune scelte (MBDA, Piaggio Aero e Avio) investono compiutamente l’interesse nazionale e impattano sulle strategie del sistema-Paese, che non sono estranee alle grandi direttrici della nostra politica estera e di difesa. L’appello “unitario” dei ministri Gentiloni e Pinotti non potrebbe essere in alcun modo letto come una resa industriale dell’Italia a favore dei competitor “interni” europei. Non è questo l’auspicio dell’autorità politica, anzi. La difesa europea non è una alternativa alla Nato e neppure un ripiegamento sul blocco economico franco-tedesco. Mercato e visione strategica del Paese possono e debbono trovare un equilibrio virtuoso e il settore privato può dare il segno di migliore consequenzialità scegliendo l’opzione del sano e sostenibile protagonismo. Secondo aspetto è quello legato alla quinta dimensione strategica: lo spazio cibernetico. L’Italia è in ritardo, negli investimenti e nella governance. Dobbiamo recuperare con rapidità ed efficacia: non possiamo permetterci di essere così vulnerabili. L’escalation di accuse a Mosca per i suoi presunti attacchi cyber ai danni degli Stati Uniti e dell’occidente sono solo la manifestazione più visibile di dove si sono spostati i confini della conflittualità internazionale. La nostra sicurezza cibernetica non è meno rilevante di quella assicurata dalle “tradizionali” forze armate. I puntini ci sono tutti, ormai. A ciascuno tocca il compito di unirli in un disegno razionale. Quello emerso a Washington ci sembra il migliore.

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