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La Russia e le milizie sciite nell’assedio di Aleppo

Di Emanuele Rossi
In In Evidenza
10/10/2016
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A fine settembre lo sceicco Akram al Kaabi, il capo politico del gruppo paramilitare iracheno Harakat Hezbollah al Nujaba e vecchia conoscenza delle carceri americane in Iraq durante l’occupazione, s’è recato ad Aleppo per visitare le sue truppe e fare un rapido briefing dell’offensiva. In un video diffuso su Youtube con chiari fini di propaganda, si vede il turbante bianco candido (perché non è un Sayyed, ossia un discendente del Profeta) avvolto in stile Najafi spiccare in mezzo alle mimetiche con le insegne del gruppo, che sono molto simili a quelle dell’Hezbollah libanese (il kalashnikov alzato dalla prima lettera della parola “Allah” che diventa un braccio stilizzato). Il gruppo politico-militare guidato da al Kaabi è stato uno dei primi ad inviare i propri soldati a combattere in Siria al fianco del presidente Bashar el Assad (era il 2013), che è alawita, una setta sciita che rappresenta una minima, elitaria percentuale della popolazione siriana, su cui però l’Iran sente il dovere/diritto di provvedere alla difesa. Con il fine di tenere in piedi i propri interessi a Damasco, Baghdad, Beirut, Sanaa, la Repubblica islamica sciita offre a gruppi come Harakat Hezbollah al Nujaba (letteralmente, Movimento del Partito dei Nobili di Dio, anche HHN) sostegno economico e logistico, armamenti e addestramento militare, e protezione politico/diplomatico. Queste organizzazioni si muovono su indicazioni ideologiche ricevute dai propri capi politici e spirituali, come Kaabi, direttamente dagli ayatollah iraniani: lo spostamento dall’Iraq alla Siria dei militanti è una di queste prescrizioni della guida teocratica-militare di Teheran. Nelle produzioni media di HHN è costante la presenza della guida suprema iraniana Ali Khamenei come riferimento e ispirazione; il gruppo ha anche dedicato un nasheed, uno di quei canti islamici solo vocali, al generale Qassem Soulemani, braccio armato della politica irachena in Medio Oriente.

I RINFORZI SETTARI PER ASSAD

Il fatto che Kaabi sia andato ad Aleppo coincide con una ricostruzione del Wall Street Journal ed è la testimonianza che ancora l’Iran ha un peso nelle dinamiche attuali del conflitto. I giornalisti Tamer el Ghobshy e Maria Habi Abib, rispettivamente inviati del WSJ a Baghdad e Beirut, tre giorni fa hanno firmato un articolo in cui è contenuta un’intervista al comandante Hashem al Mosawi, uno dei capi sul campo di HHN. Il militare dice che dall’inizio del mese scorso il suo gruppo ha schierato altri mille uomini per dare manforte all’assedio governativo ad Aleppo: ossia, mentre la Russia negoziava per conto del governo siriano un cessate il fuoco con gli Stati Uniti, le milizie sciite arrivavano dall’Iraq per sostenere le operazioni militari di Damasco. Mosawi dice che il loro schieramento è parte di un piano più ampio, che prevede la lotta all’asse Arabia Saudita e Stati Uniti legato al terrorismo sunnita “che causa problemi in tutta la regione e nel mondo e dunque va stoppato” (messa così sembra che lui e i suoi sono parte di un asse sciita sostenuto da Iran e Russia: in parte è vero, ma è un po’ più complesso, si vedrà). È chiaro che dietro a certe parole c’è molta propaganda. I gruppi come quello del comandante intervistato dal giornale americano muovono la loro ideologia contro i sunniti, uno scontro che vorrebbero lavare col sangue, e sono a tutti gli effetti alla stregua dei gruppi jihadisti che si trovano asserragliati in una parte di Aleppo insieme a fazioni ribelli più moderate (per esempio, nell’interpretazione esistenziale, le visioni di Ahrar al Sham, gruppo sunniti Turchia-backed e considerato incline al qaedismo, e degli Hezbollah iracheni non sono troppo diverse). Ora questi combattenti, per dirla con i giornalisti del WSJ, “stanno inondando la Siria in vista di combattere una battaglia profonda”, ideologica. Sarebbero quattro mila gli uomini delle milizie sciite nell’area di Aleppo, e oltre HHN sarebbero presenti quelli di Asaib Ahl al Haq e Abu al Fadl al Abbas; la prima ha apertamente combattuto gli americani durante l’occupazione irachena, tutte accomunate dalla lettura anti-occidentale e anti-americana. In più ci sono gli Hezbollah libanesi, prima fila dei mobilitati dall’Iran (“Combatteremo ovunque è necessario” una delle ultime dichiarazioni dell’establishment politico del gruppo) e le milizie sciite afghane, miliziani al servizio di Teheran che sperano di ricevere in cambio del valore sul campo la cittadinanza iraniana. Anne Barnard, la corrispondente da Beirut del New York Times, scrive che questi combattenti e i chierici che li ispirano “paragonano il nemico [attuale] ai nemici della battaglie del VII secolo” (quelle che divisero l’Islam sull’eredità politica e religiosa di Maometto fino all’eccidio di Karbala); anche se con metodi pratici aggiornati, circola da giorni infatti l’hashtag #AleppoOurNextVictoryInSyria, ed è stato messo online dai media di HHN – ovvio che la vittoria andrebbe a scapito dei ribelli e dei civili asserragliati nell’area est della città.

LA CONVIVENZA NECESSARIA CON MOSCA

Lo schieramento di queste forze paramilitari è reso necessario da una realtà stringente: i russi stanno fornendo il supporto aereo e missilistico ai lealisti, ma al momento non hanno intenzione di alzare il livello di coinvolgimento sul campo – limitato finora a unità di forze speciali che fanno da advisor tattici e qualche migliaio di contractors privati – mentre i soldati di Damasco sono ormai rimasti pochi e deboli, come l’analista della John Hopkins Tobias Schneider ha spiegato in un lungo intervento sul sito specialistico War on the rocks. L’assedio su Aleppo, eccezion fatta per un’unità di élite siriana, è retto da quel mixage di forze ideologiche: è un rapporto di mutua necessità, le forze a terra hanno bisogno della copertura aerea russa, e il comando militare di Mosca ritiene sufficientemente affidabili le informazioni di intelligence fornite dai boots on the ground iraniani, anche perché non ha intenzione di rischiarne dei suoi. Questa situazione è analogaa quella in Iraq, dove le milizie sciite sono una componente importante, È minore invece l’affinità d’idee e visioni: i russi, come gli assadisti bahaatisti, sono più secolarizzati e laici e sentono come un peso questa presenza ideologizzata, ma è una necessità, si diceva, e la guerra è mossa dal pragmatismo della vittoria. La Duma ha già votato all’unanimità la permanenza russa nella base di Latakia/Hmeimim, e dunque ha consolidato la propria presenza strategica su una sponda del Mediterraneo (creando anche i sistemi di protezione aerea a difendere per difendere la struttura). In questo momento accetta per necessità tattica le pressioni iraniane, ma finita la guerra le cose potrebbero cambiare: difficile che Mosca sostenga ad oltranza l’esclusivismo iraniano, e si parla da molti mesi di contatti per il dopo Assad tra Mosca e Riad, il regno di riferimento sunnita, e con Israele, nemico esistenziale dell’Iran.

Intanto nell’immediato c’era in piedi una proposta del delegato Onu Staffan de Mistura per permettere il ritiro (armato) dei miliziani di Fatah al Sham (JFS), gli ex qaedisti al Nusra, in cambio della fine dei raid, ma è stata respinta. I jihadisti hanno dichiarato di essere determinati a spezzare l’assedio e su questa decisione pesa anche la settarizzazione della situazione: buon gioco per chi vuole risolvere lo stallo con le maniere forti simil-cecene — la Russia ha inizialmente sostenuto l’iniziativa, ma dopo il comunicato di JFS ha posto il veto e bollandola come un favore ai terroristi.

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