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F-35: la Turchia vuole la seconda linea motore

Di Michela Della Maggesa
In In Evidenza
07/05/2014
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Mentre l’Italia pare pronta a ridurre il programma F-35, all’estero ci si prepara a colmare quegli spazi, che il nostro Paese sarà costretto a cedere nonostante la posizione di vantaggio competitivo acquisita sugli altri partner euro-mediterranei del programma, che l’Italia si è conquistata grazie soprattuto alla FACO (Final assembly and check-out) di Cameri. E’ notizia di queste ore infatti che mentre l’Italia si avvia ad una “rimodulazione” degli impegni presi, la Turchia, o meglio il segretariato per le industrie della difesa (SSM), è pronta sia ad ordinare i primi due JSF, in versione convenzionale (al livello software Block-3F, nell’ambito del lotto 10 di produzione a basso rateo), sia a predisporre tutte le attività necessarie per “costruire entro i propri confini una linea di assemblaggio finale e manutenzione per l’F135”, il motore prodotto da Pratt & Whitney che equipaggia il caccia di quinta generazione F-35.

La Turchia ha aderito al programma sin dalla fase iniziale di “concept”, avvenuta nel 1999, ed ha continuato a seguire il progetto da vicino, nonostante la decisione di qualche anno fa di posticipare l’acquisizione dei primi esemplari per motivi di budget. Adesso però gli scenari stanno cambiando e le opportunità derivanti dal nuovo sistema d’arma (ed anche da un parziale disimpegno italiano), destinato ad avere grande successo sull’export e a rimanere in linea con le diverse Forze Armate per i prossimi 40 anni, stanno spingendo la Turchia – così come l’Australia, che giorni fa ha aggiunto all’ordine 58 velivoli; la Corea del Sud; Israele, che poco tempo fa ha annunciato di essere in grado se gli sarà richiesto di produrre in casa componenti alari per tutte e tre le versioni del caccia; il Giappone; Regno Unito ecc. – ad avanzare proposte per allargare ulteriormente il coinvolgimento industriale. “Il nostro supporto al programma – fa sapere la Turchia – è più forte che mai. In questo contesto stiamo continuando a lavorare per arrivare all’acquisizione dei 100 F-35A pianificati, così come dichiarato in precedenza”.

Allo stesso obiettivo, ovvero ad avere in casa un polo logistico-manutentivo qualificato direttamente dagli Stati Uniti per lavorare sul caccia, nel caso specifico sul motore, sono interessati anche i norvegesi e gli olandesi (vedi altro articolo), così come una politica “aggressiva” sull’F-35, specie sulle parti avioniche, la stanno portando avanti gli inglesi, che forti del loro impegno sul programma (non è un caso che proprio il Regno Unito sia stato scelto per il debutto europeo del JSF), e soprattuto del ruolo di primo piano giocato da BAE Systems, potrebbero entrare pesantemente su alcune delle attività fino a ieri “naturalmente” destinate allo stabilimento di Cameri, per certi aspetti più avanzato, in quanto successivo, alla prima linea Lockheed Martin di Fort Worth.

L’annunciato disimpegno italiano arriva proprio mentre si sta lavorando per allargare l’attività connessa al supporto della componente avionica dell’intero programma e a quanto necessario per rendere l’F-35 interoperabile con gli assetti nazionali e con quelli presenti nel bacino euro mediterraneo, attività che – si apprende da alcuni addetti ai lavori – potrebbe rivelarsi interessanti anche in termini di sviluppo ingegneristico, oltre che per il graduale rilascio tecnologico associato al programma. Una volta dimezzato l’F-35, l’industria aeronautica nazionale dovrà capire su quali programmi concentrarsi, dal momento che Germania, Spagna ed anche il Regno Unito, hanno fatto capire chiaramente di non voler acquisire ulteriori Eurofighter e che sarà impossibile all’Italia proseguire da sola su questa strada.

 

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