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Strategicamente

Di Andrea Margelletti
In Columnist
29/04/2014
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Il piatto ricco della Difesa giapponese

Il primo aprile, il governo giapponese ha reso note le nuove linee-guida relative alla politica di export e cooperazione internazionale nel campo degli armamenti del Paese. Secondo le nuove norme, Tokyo elimina il bando totale all’export di armamenti e lo sostituisce con un più flessibile sistema basato su tre principi fondamentali: il divieto di export di armamenti verso Paesi in situazione di conflitto o in violazione di risoluzioni Onu, la cooperazione in materia di sistemi d’arma con altre nazioni solo nell’interesse della sicurezza internazionale e del Giappone stesso e, da ultimo, la necessità di approvazione di ogni singola transazione da parte del governo nazionale con la predisposizione di apposite clausole di divieto di riesportazione dei materiali senza l’esplicito assenso di Tokyo. Questa nuova regolamentazione conclude un periodo di auto-esilio del Giappone dalla cooperazione internazionale nel campo degli armamenti durato quasi 50 anni e segna l’ingresso di un nuovo attore con sofisticate capacità tecniche e industriali nel mercato globale della Difesa. L’attuale situazione strategica giapponese è alla base del cambio di atteggiamento in materia di cooperazione ed export nel campo degli armamenti. Infatti, Tokyo si trova a dover fronteggiare contemporaneamente la politica fortemente assertiva della Cina circa il contenzioso territoriale relativo alle Isole Senkaku-Diaoyu e la maggiore imprevedibilità del regime nordcoreano sotto la leadership di Kim Jong-un. Di conseguenza, grazie al nuovo quadro normativo, il Giappone potrà implementare una politica di rafforzamento della propria industria della Difesa attraverso collaborazioni industriali internazionali non solo con gli Stati Uniti, ma anche con i partner europei e asiatici. Sul fronte dei sistemi d’arma di produzione nazionale, invece, c’è da aspettarsi un approccio abbastanza cauto da parte di Tokyo che, almeno in una prima fase, tenda a escludere la vendita sui mercati esteri di sistemi letali e preveda la promozione di piattaforme “dual use” per impieghi civili e militari come i velivoli anfibi da pattugliamento e soccorso US-2 (già proposti all’India) e i pattugliatori d’altura presentati a diversi Paesi dell’Asean. È evidente come il nuovo corso giapponese possa rappresentare un’opportunità anche per il comparto industriale della Difesa nazionale che potrebbe approfittare del clima favorevole per entrare in un mercato fino a oggi particolarmente ostico e fortemente protezionistico. In conclusione, però, è opportuno rilevare come sul fronte politico internazionale, Tokyo dovrà gestire con molta attenzione la sua nuova politica in materia di Difesa viste le reazioni di aperta ostilità da parte cinese e di estrema diffidenza da parte della Corea del Sud, entrambe timorose di un revanscismo militarista nipponico.

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