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Un bilancio per il fronte transatlantico

Di Stefano Pioppi
In In Evidenza
16/08/2016
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C’è aria di pausa estiva per il fronte transatlantico. È forse il momento adatto alla valutazione dei primi sette mesi di un 2016 che ha rivelato tutte le maggiori minacce alla sicurezza dell’Alleanza atlantica e dell’Unione europea. Il Summit Nato di Varsavia e la Global Strategy per la politica estera e di sicurezza dell’Ue sono arrivati puntuali con l’intento di offrire il riferimento per la futura proiezione globale occidentale. Terrorismo, massiccia immigrazione, assertività russa, aumento delle minacce ibride e cibernetiche, Brexit, e le “cose turche” di Erdogan sono solo i maggiori fenomeni che hanno alimentato il dibattito sulla sicurezza in questi primi sette mesi dell’anno.

Il percorso che ha portato la Nato a Varsavia non è stato privo di divergenze in seno all’Alleanza, con i membri orientali minacciati dall’orso russo e gli alleati del fronte sud maggiormente preoccupati dall’instabilità della regione Mena (Medio oriente e nord Africa) e pronti a un maggiore dialogo con la Russia. Le tre ministeriali di febbraio (difesa), maggio (esteri) e giugno (nuovamente difesa) hanno tessuto la delicata trama di un equilibrio tra le due proiezioni. Ad aprile, la riapertura del Consiglio Nato-Russia, a due anni dall’interruzione dei rapporti in seguito all’annessione della Crimea da parte di Mosca, ha trasmesso, per quanto inconcludente, maggiore fiducia nella possibilità di elaborare un approccio realmente comprensivo. Certamente, hanno drammaticamente contribuito anche gli attentati del 22 marzo di Bruxelles a spostare l’attenzione transatlantica più verso le preoccupazioni del fronte meridionale. Rispetto al vertice di Newport, in Galles nel 2014, orientato essenzialmente in ottica anti-russa, da Varsavia è emersa una maggiore consapevolezza circa la complessità delle minacce che la Nato deve affrontate. C’è l’attenzione al fianco sud e alla stabilità della regione Mena; c’è il rafforzamento dell’impegno nel mar Egeo e nel Mediterraneo; c’è il sostegno alla coalizione anti-Isil e il prolungamento della missione in Afghanistan; e c’è il riconoscimento del cyber spazio tra i domini operativi dell’Alleanza. Subito dopo il Summit poi, un nuovo incontro del Consiglio Nato-Russia, a testimonianza di un atteggiamento che tenta di mantenere aperti i canali di dialogo con Mosca.

Anche l’Unione europea ha provveduto, dopo tanta attesa, all’elaborazione della propria Global Strategy. A fine giungo l’Alto rappresentante Mogherini ha presentato il documento: una vera propria strategia con interessi, obiettivi, priorità e strumenti. La Strategia predispone una nuova proiezione concettuale alla sicurezza, chiedendo di assumere piena consapevolezza della multipolarità e multidimensionalità delle minacce all’Ue. Il documento chiede investimenti mirati (in ricerca e sviluppo e Ict), potenziamento delle agenzie europee e condivisione delle informazioni. Il percorso è stato complesso, agevolato dalla Preparatoy Action presentata a febbraio dal commissario europeo Bienkowska, frutto del lavoro del gruppo delle personalità che ha coinvolto rappresentanti del mondo istituzionale e dell’industria, per un processo che non può che essere inclusivo. Il comparto difesa in realtà aspetta ottobre, quando la Commissione europea dovrebbe presentare il piano d’azione per un settore tra i più difficili da integrare poiché intrinsecamente legato allo Stato nazionale. Tale difficoltà è stata accresciuta dall’inattesa Brexit, che ha messo pesantemente in discussione l’intero processo di integrazione europea, spaventando i mercati ma soprattutto gli strateghi del funzionalismo europeista.

Sarebbe un errore considerare il Summit di Varsavia e la Global Strategy dell’Ue dei traguardi raggiunti. È il contesto che non lo permette. Un ambiente internazionale in continua evoluzione, in cui le capacità di previsione degli analisti sono messe a dura prova. La minaccia è trasversale, difficilmente contrastabile con piena efficacia. Dacca, Nizza, Ansbach, e Rouen hanno evidenziato questi aspetti. Gli effetti del tentato golpe in Turchia aprono altri scenari, sia per l’Europa che per l’Alleanza atlantica.

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