Trovaci su: Twitter

Non dimentichiamoci del Caucaso meridionale

Di Stefano Pioppi
In In Evidenza
12/08/2016
0 Commenti

Lo scontro tra potenze non si gioca solo in Europa orientale. In Transcaucasia, o Caucaso Meridionale, si intrecciano rivendicazioni territoriali, dispute nazionali e le posture delle grandi potenze, intenzionate (più o meno dichiaratamente) a esercitare forme di influenza fino al controllo vero e proprio della regione. Crocevia tra Asia e Europa, ponte tra Mar Caspio e Mar Nero, e collegamento tra il cuore della Russia e l’instabilità mediorientale, il Caucaso meridionale nasconde uno dei punti nevralgici dell’attuale contesto internazionale. Negli ultimi secoli, la regione è stata contesa da impero zarista, Persia, e impero ottomano, mentre oggi lo è dalle loro più moderne evoluzioni: Russia, Iran e Turchia, con la più recente aggiunta degli interessi europei e statunitensi. Qui, resta congelato uno dei conflitti più sanguinosi e complessi derivanti dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica: la guerra per il Nagorno Karabakh.

Oblast autonomo della Repubblica Sovietica di Azerbaijan, il Nagorno Karabakh, data la stragrande maggioranza di popolazione armena, ha chiesto nel febbraio 1988 il proprio trasferimento entro la giurisdizione dell’Armenia. Gli scontri iniziarono da subito, con l’Azerbaijan intenzionato a difendere la propria integrità territoriale e l’Armenia pronta a sostenere con vigore l’autodeterminazione del popolo dell’Artsakh (nome armeno del Karabakh). Mentre l’Unione Sovietica, alle prese con il crollo del muro di Berlino, riduceva il controllo sulla regione, il conflitto si fece più violento. Nel 1994, un accordo sul cessate-il-fuoco, reso possibile dal protocollo di Bishkek, stipulato sotto l’egida della Comunità degli Stati Indipendenti (Csi), mise fine al conflitto. Nel frattempo, la Repubblica del Nagorno Karabakh aveva proclamato la propria indipendenza (1991), si contavano tra le 22.000 e le 30.000 vittime e oltre un milione di profughi e rifugiati, pari a più del 10% della popolazione combinata dei due Paesi. Il conflitto si congelava con l’indipendenza de facto del Nagorno Karabakh e con l’occupazione di sette distretti azeri da parte delle Forze armene, ben oltre il confini del NKR, fino al controllo su circa il 14% del territorio formalmente soggetto alla sovranità azera. Oggi, la situazione resta invariata. L’accordo sul cessate-il-fuoco rimane l’unico strumento per i rapporti tra i due Paesi, dati gli insuccessi dei tentativi Onu e Osce (con il gruppo di Minsk) di giungere a un accordo di pace. Le trincee e i punti di osservazione restano gli stessi, ma gli armamenti sono diventati più distruttivi.

Il conflitto è congelato, ma in grado di raggiungere picchi di calore estremamente elevati. Dopo l’ottimismo dei primi anni 2000, sono aumentate esponenzialmente le reciproche denunce di violazioni del cessate-il-fuoco. Tra il 2014 e il 2015 ci sono stati gli episodi più violenti, con vittime che si aggirano intorno alle 130 tra militari e civili (il numero più alto dal 1994). Nello scorso aprile però, il rischio di escalation è stato ancora maggiore. Tra la notte del 2 e il 5 aprile si sono verificati scontri nella zona di confine tra il Nagorno Karabakh e l’Azerbaijan, con un bilancio che oscilla tra il centinaio di vittime (secondo le dichiarazioni ufficiali di Yerevan e Baku) e le 350 secondo il Dipartimento di Stato americano.

La forte militarizzazione di Armenia e Azerbaijan ha, difatti, incrementato la pericolosità di eventuali scontri. Sebbene in un periodo di crisi economica, per Baku e Yerevan il conflitto rappresenta una questione nazionale, alimentata dalla costante politicizzazione e dal tentativo di esternalizzare le difficoltà interne. Rispetto alla dimensione regionale, che non permette di escludere la possibilità di scontri sulla linea di confine per la conquista anche di poche decine di metri, la dimensione globale del conflitto interviene a stabilizzare la situazione, limitando eventuali escalation. Infatti, mosse da interessi spesso divergenti e pericolosamente sovrapposti, le grandi potenze sembrano agire da fattore di congelamento per il conflitto. In altri termini, il mantenimento dello status quo (occupazione dei sette distretti, indipendenza de facto del NKR, mancato accordo di pace, militarizzazione costante) sembra funzionale agli interessi delle potenze internazionali che hanno una particolare proiezione verso la Transcaucasia.

La Russia ha modo di preservare lo storico rapporto con l’Armenia e la presenza militare sul territorio (in particolare nelle basi di Erebuni e Gyumri, per un totale di circa 5mila soldati russi), proiettata verso la Turchia (fianco sud orientale della Nato). Allo stesso modo, può approfondire il rapporto con l’Azerbaijan, allettante in virtù delle abbondanti risorse energetiche del Mar Caspio. Mosca cerca di mantenere il Caucaso meridionale in una disputa che lascia spazio alla propria influenza. La Turchia, che per ovvie ragioni è più dichiaratamente schierata con Baku (“one nation two states” è il motto), tenta di isolare l’Armenia attraverso un lento logoramento. Lo status quo consente comunque ad Ankara di evitare lo scontro diretto con Mosca, ma permette anche di preservare i già vulnerabili oleodotti e gasdotti che dal Mar Caspio vanno verso l’Europa, e la rilevanza strategica agli occhi dell’Alleanza Atlantica. L’Iran, alla ricerca di una rinnovata proiezione regionale, è forse il più interessato a una risoluzione pacifica del conflitto. Di certo però, Teheran vuole prima di tutto evitare il conflitto, preoccupato dall’eventuale mobilitazione della massa di azeri (fino a 20 milioni) che vivono nel proprio territorio. Per questo l’Iran sembra incline ad accettare l’intervento negoziale russo, considerato il più garantista nei confronti dello status quo. Per gli Stati Uniti e l’Europa, il congelamento è funzionale a proseguire il rapporto economico con l’Azerbaijan (per l’Ue i collegamenti con il Mar Caspio rappresentano il Southern Gas Corridor), evitando di dover intervenire in un conflitto che “porterebbe più Russia” nella regione, e metterebbe a rischio le infrastrutture energetiche. Allo stesso modo, Washington può rafforzare la penetrazione nella regione, sia per un bilanciamento strategico in ottica anti-russa, sia per le suddette opportunità commerciali ed economiche. La proiezione statunitense si rivolge all’élite e alla popolazione, in un’attrazione progressiva, economica e culturale, che potrebbe indispettire Mosca solo nel lungo periodo. Con i critici rapporti per la crisi russo-ucraina, un eventuale conflitto nel Caucaso renderebbe ancora più divergenti le prospettive tra Russia e Stati Uniti.

Ci sono però anche elementi che potrebbero contribuire a scongelare il conflitto. L’eventuale normalizzazione dei rapporti tra Turchia e Russia, sempre più possibile dopo le scuse per l’abbattimento del Su-24 russo e dopo lo scivolamento verso est di Erdogan in seguito al tentato golpe, potrebbe ridurre il contributo internazionale al congelamento del conflitto. La ripresa di pacifici rapporti porterebbe, infatti, Ankara a rivalutare al ribasso l’importanza dell’approvvigionamento dall’Azerbaijan, e al contempo ridurrebbe la rilevanza strategica delle basi in Armenia per Mosca. Si aprirebbero così maggiori spazi per le manovre unilaterali di Armenia e Azerbaijan, “libere” dal controllo dei due “protettori” a livello regionale. Difficile invece che le presidenziali statunitensi possano cambiare la proiezione degli Usa nella regione. Verosimilmente, la Clinton proseguirebbe il pivot to Asia che lei stessa come segretario di Stato ha sostenuto. Trump, non ritirerebbe tale proiezione in virtù degli abbondanti rapporti economici tra le multinazionali americane e il regime degli Aliyev, anche in un rapporto più dialogante con Putin, che anzi tenderebbe forse a far accettare a Washington la leadership russa in fase negoziale.

Nonostante il congelamento internazionale, l’assertività di Baku e Yerevan non permettere di escludere eventuali scontri limitati e diretti ad acquisire il controllo di zone strategiche e allo spostamento, seppur minimo, dei confini. Gli scontri di aprile, così come le più recenti denunce di violazione del cessate-il-fuoco, dimostrano questa possibilità. Nel cuore del Caucaso meridionale si intrecciano dispute locali, dissidi regionali e influenze globali. Si sommano tra loro rivendicazioni nazionali, giochi di potere e interessi economici. Il risultato è un conflitto congelato in ambito negoziale, pronto a raggiungere incredibili picchi di calore sul campo.

Lascia un commento

avatar