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CeSI: tutti gli effetti del tentato golpe in Turchia

Di Stefano Pioppi
In In Evidenza
11/08/2016
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Il tentativo di colpo di stato in Turchia potrebbe avere considerevoli conseguenze tanto sul fronte interno, dove sono già evidenti massicce epurazioni, quanto sul fronte internazionale, dove si potrebbe assistere a una radicalizzazione della proiezione neo-ottomana di Ankara. È quanto emerge dal rapporto del Centro Studi Internazionali (CeSI) a cura di Marco Di Liddo e Francesco Tosato, entrambi analisti presso il Centro.

Sul fronte interno, si prevede una lunga stagione di repulisti, pianificata da tempo da Erdogan che ha avuto ora l’occasione per “sfruttare l’onda emotiva popolare e la legittimazione derivata dal suo essere il garante delle istituzioni democratiche e repubblicane e il punitore dei militari ribelli”, si legge nel report. Nonostante il golpe abbia offerto una ghiotta occasione per i piani draconiani del presidente, gli analisti escludono che il leader dell’Akp si nasconda dietro l’organizzazione del tentato colpo di stato. Tale ipotesi, sostenuta da chi evidenzia la scarsa e grottesca organizzazione del putsch, è scartata per almeno due ragioni: prima di tutto, per l’elevato rischio che la situazione potesse sfuggire di mano, in secondo luogo perché Erdogan avrebbe potuto procedere con le epurazioni senza ricorrere a una simile “messinscena”. In ogni caso, “esiste la possibilità che il Mit (i servizi segreti turchi) e l’entourage del Capo dello Stato fossero a conoscenza della mobilitazione clandestina dei congiurati e, di proposito, li abbiano lasciati agire nella piena consapevolezza delle loro trascurabili forze, nell’assoluta sicurezza di poterli neutralizzare in poco tempo”, scrivono gli analisti.

Le conseguenza sul fronte interno potrebbero condurre, secondo le previsioni del CeSI, fino alla riforma costituzione in senso presidenziale tanto voluta da Erdogan. In questo progetto, l’Akp potrebbe vivere una “marcata evoluzione ideologica”, andando ad acquisire un bagaglio nazionalista che priverebbe le altre forze politiche (islamisti moderati, kemalisti, e appunto nazionalisti) della loro principale caratterizzazione.

Sul fronte internazionale, l’attenzione maggiore del mondo politico e accademico resta sul rispetto dello stato di diritto e delle libertà fondamentali. Tuttavia, le possibili conseguenze del tentato golpe riguardano anche l’eventuale cambiamento in politca estera, con effetti sul rapporto tra Ankara e l’Alleanza atlantica. In realtà, “la sconfitta del fronte golpista e il rafforzamento del potere di Erdogan e della fazione più oltranzista dell’Akp non dovrebbe produrre significativi cambiamenti nella postura di politica estera, bensì consolidare o radicalizzare quelle tendenze che hanno caratterizzato le relazioni internazionali di Ankara negli ultimi anni, improntate su uno spiccato pragmatismo e sull’estrema flessibilità delle alleanze”, scrivono Di Liddo e Tosato. Difficile che la Turchia si allontani decisamente dai rapporti con Usa e Europa, soprattutto se l’alternativa è una Russia che, in recessione, non garantisce gli stessi investimenti e le medesime relazioni commerciali. Diverso il discorso per la Cina e le monarchie del Golfo, che invece “disporrebbero della liquidità finanziaria e delle risorse per sopperire all’interruzione o al ridimensionamento dei canali euro-atlantici”. Più incertezza circa le politiche di contrasto al terrorismo jihadista, per le quali “esiste la possibilità di prosecuzione di una postura ambigua nei confronti di Daesh”, si legge nel report. Riguardo i rapporti con la Nato, il fattore interno si lega a quello internazionale. “Un’eventuale condanna a morte dei golpisti, unita ad una complessiva svolta politica autoritaria, renderebbero la permanenza di Ankara nella Nato soggetta a una potenziale revisione che andrebbe quanto meno ad interessare il suo status nucleare”, afferma il rapporto del CeSI. Non si esclude che gli effetti del tentato golpe possano “aprire la strada ad un progressivo e definitivo allontanamento di Ankara dall’Alleanza stessa”.

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