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Il Barone Rosso

Di Alessandro Politi
In Columnist
19/05/2016
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Carlo Magno e Gregorio VII

Confesso di provare un profondo sconcerto nel vedere un pontefice insignito del premio Carlo Magno, non certo perché mi associo al coro dei Socci e dei vari “lepantisti” giudaico-cristian-crociati anti-immigrazione smemorati della storia d’Europa, ma perché osservo come il nome di un sovrano che tranquillamente diceva al papa come essere incoronato e nominava senza colpo ferire i “suoi” vescovi-conti adesso premia un capo religioso che, salve le forme e la sostanza, fa politica globale. Ironie profonde e forse provvidenziali della storia, ma che nei simboli parlano attraverso i millenni.

L’Europa carolingia, sognata dalla République laica francese, in coppia asimmetrica con la Sozial Marktwirtschaft della Bundesrepublik durante la Guerra fredda, premia e cerca conforto in un nuovo Gregorio vii che crea spazi e idee politiche andando oltre i vecchi costrutti. È un premio speculare a quello Nobel preventivo, offerto come le chiavi della città al giovane presidente Obama. Cosa vuol dire in senso lato il discorso di Francesco all’Europarlamento? Poche cose e non sempre di gradimento per i presidenziabili statunitensi e del resto del mondo:

1) non si può restare nella comoda ambiguità dei “capitalisti che sbagliano” perché il meccanismo economico presente, e in crisi dal 2006, è semplicemente basato sullo sfruttamento e su un contratto sociale così materiale da ignorare la dignità trascendente della persona umana e del bene comune della società;

2) non si può tollerare la moria di migranti, il caporalato al nero e i lager aziendali che traducono il lavoro schiavo in minijob in bianco;

3) la politica nel mondo ha il compito di uscire dalle gabbie globalizzanti di vizi ben precisi: “I purismi angelici, i totalitarismi del relativo, i fondamentalismi astorici, gli eticismi senza bontà, gli intellettualismi senza sapienza”. C’è di che smantellare i talk show e licenziare gli spin doctor di un’intera generazione;

4) Dawla ha già perso perché insegue il sogno di un califfatino siro-iracheno, mentre le forze di un nuovo umanesimo parlano a tutto il mondo, credente e non credente, attraverso quel potente strumento che è il dialogo costruttivo ed efficace.

Capisco che nella Roma dei Jep Gambardella, dei Casamonica e dei Vespa, tutto questo risulta un po’ ingenuo e astratto, ma, se uno guarda ai probabili candidati sindaco di Roma per il ballottaggio, vede un disperato deserto lasciato dal fallimento ideologico degli eredi dei grandi partiti della Guerra fredda. È tempo di ricostruire ideologie che diano un senso, un progetto e un futuro nella dignità dell’unica razza che rappresentiamo e dell’unico mondo di cui siamo specie ospitata. Francesco non lo può fare, ma noi cittadini comuni, che crediamo nella democrazia e nei diritti dell’uomo, sì.

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