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Aprile 2016

Di Flavia Giacobbe
In Editoriali
26/04/2016
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Serrare le file è un detto d’uso comune che proviene dall’esperienza militare. È questa l’immagine, l’idea, che dovrebbe in questo momento muovere i vertici delle Forze armate e del ministero della Difesa. L’ormai celebre inchiesta di Potenza che vede indagato il capo di stato maggiore della Marina presenta profili penali che potranno essere chiariti solo in tribunale, se al processo si arriverà. Al di là degli aspetti strettamente giudiziari, attraverso la pubblicazione (questa sì scandalosa) delle intercettazioni, emerge un quadro imbarazzante circa la conflittualità all’interno del mondo militare e una governance squilibrata e tesa a strumentalizzare ai propri fini le relazioni con l’autorità politica. Il vezzo dell’ipocrisia è particolarmente fastidioso e non possiamo quindi ignorare che quanto viene svelato dalle indagini dei magistrati corrisponde a una realtà non nobile eppure diffusa ovunque e non certo da tempi recenti. Le manovre per costruire o consolidare carriere ovvero per favorire i programmi delle singole Forze armate non sono una novità. Se questo è vero, non ci si può neppure nascondere dietro questa (amara) considerazione. Chi ha posizioni di comando ha molti privilegi ma anche alcuni obblighi. La prima responsabilità consiste nel dare il buon esempio ai propri collaboratori e sottoposti. La disciplina militare – un valore che sarebbe sbagliato disperdere o mortificare – imporrebbe una forte presa di posizione da parte del vertice coinvolto. Un passo indietro sarebbe, lo diciamo con il massimo rispetto verso una persona innocente fino a prova contraria, una scelta che confermerebbe la qualità umana e professionale di un ufficiale che ha a cuore la Forza armata e la Difesa più della sua stessa persona. Sarebbe inoltre un modo per compiere un passo in avanti deciso verso una maggiore chiarezza e presa di coscienza da parte di tutti, compresa l’autorità politica. Il governo non può ignorare il fatto che il ministro della Difesa o è titolare del suo dicastero oppure va sfiduciata. Siccome vi è da ritenere che sia valida la prima ipotesi, è giusto riportare le responsabilità politiche nella giusta dinamica. Infine, occorre parlare il linguaggio della franchezza: finché i budget della difesa saranno così scarsi, sarà difficile evitare la guerra fra poveri che vede in competizione le singole componenti delle Forze armate nel tentativo di finanziare i propri programmi. Più risorse, più chiarezza e trasparenza e più comunicazione. La lezione di Potenza pur debole penalmente (da quanto si può leggere sui giornali) rappresenta una bomba per la Difesa italiana. Meglio disinnescarla che lasciarla esplodere.

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