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Il barone rosso

Di Alessandro Politi
In Columnist
21/04/2016
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Le prima(va)rie americane

Ai primi di aprile l’analista politico Charles Krauthammer ha tracciato quattro identikit di politica estera degli attuali sfidanti: Sanders, il pacifista (precedente storico, George McGovern); Clinton, l’internazionalista (una riedizione della politica estera dell’indimenticabile Bill Clinton); Cruz, l’unilateralista (modello Reagan); Trump, il mercantilista (analogo storico Filippo ii di Spagna). In realtà Trump somiglia più a Robert Taft o Charles Lindbergh, ma quello che forse più importa non sono le persone ma quali sintomi della società e delle élite americane rappresentino.

Hillary Clinton è il simbolo del riscatto femminile, statunitense e globale. Sarà antipatica ad alcuni, brava ragazza secchiona per altri ancora, ma lei sfonderà il soffitto di vetro. Il suo potenziale sintomatico di cambiamento è enorme, ma la sua fedeltà alle regole scritte e non scritte del gioco significano anche una formidabile gabbia di continuità. Non ha bisogno di modelli, ma la triade Clinton-Bush-Obama indica sotto varie forme un “more of the same with some good innovation”. È paradossalmente la candidata più imprevedibile che ha dalla sua le certezze professionali di un establishment rodato, con tutti gli errori cui ciò può indurre. Se dovesse seguire la linea democristiana del suo predecessore, sarebbe un misto tra Anselmi e Agnelli con un tocco fanfaniano, ma non è affatto scontato.

Cruz è il primo candidato tra questi che incarna il malessere americano e la risposta tradizionale ai problemi interni: certi valori, certe ricette economiche che hanno fatto grande l’America, ma in passato. Quasi un continuatore di George Walker Bush con meno 09/11 e più debito globale. Dopo Ben Fernandez è anche il primo latino, ex aequo con Rubio, a essere un “presidenziabile”. La questione di una nuova sintesi multiculturale americana è il punto nevralgico dietro l’uomo.

Bernie Sanders è la risposta convenzionale di rottura alla frammentazione sociale, dovuta all’aspirazione della ricchezza verso l’alto nella società statunitense. Molti elettori cosiddetti democratici sanno che ha ragione da vendere e che è un autentico difensore dei ceti trascurati e diseredati. La sua visione è di una ricomposizione attraverso la ridistribuzione. Forse è il più pronto a preparare una leadership globale più condivisa invece di aspirare a un insostenibile ruolo di leadership mondiale.

Trump è l’espressione più sincera di un ceto medio disorientato, impoverito e impaurito. È un futuro reale della politica americana, molto simile a un “Berlusconi without the italian savoir-faire and a lot of clout”. È pronto a rottamare molte cose in nome di un concreto interesse nazionale e anche di uno suo molto personale. Tuttavia la domanda concreta per i suoi elettori è: “Sedotti, abbandonati o rimborsati?”; perché in Arabia si fanno le primavere, in occidente le primarie, ma le delusioni sono sempre cocenti.

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