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Fincantieri sfida l’Oriente. Le parole di Giuseppe Bono

Di Michele Arnese e Gianluca Zapponini
In In Evidenza
17/05/2017
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Spalle larghe, visione globale, nessuna paura della Cina e testa ben piantata in Italia. Fincantieri, reduce dal successo francese con Stx, studia strategie e scenari per allargare le quote di mercato. Giuseppe Bono, ceo e storico timoniere del gruppo di Trieste (è in sella dal 2002), nel suo intervento ieri mattina alla Camera, in un’audizione davanti ai deputati della commissione Attività produttive sulle prospettive del gruppo (qui il piano industriale 2016-2020), ha detto che Fincantieri non teme rivali e, anzi, forse sono i big dell’Oriente (Cina e Corea) che devono guardare all’avanzata del gruppo. Anche perché la conquista dei cantieri Stx di Saint-Nazaire ha dato un segnale preciso alla cantieristica globale: quella italiana è tra le più toniche. Inoltre ha lanciato una stoccata a Saipem. Ecco tutti i dettagli.

La campagna francese (che ha fatto infuriare la Le Pen)
Il maxi-accordo con il governo francese per Stx, in parallelo con la sua acquisizione da tribunale di Seoul che gestisce la vendita della società nell’ambito di una procedura concorsuale, ha permesso al gruppo triestino di mettere le mani su uno dei maggiori cantieri francesi, controllati dalla coreana Stx offshore & shipbuilding, finita negli ultimi tempi in cattive acque, ma anche piombata nel mezzo della campagna elettorale d’Oltralpe. E che ovviamente ha fatto infuriare l’ex candidata all’Eliseo e ultranazionalista, Marine Le Pen, che in un dibattito ha accusato il vincitore delle presidenziali Emmanuel Macron di aver svenduto un pezzo di industria francese all’Italia. Tornando al dossier Fincantieri-Stx, il gruppo italiano avrà circa il 48% con la fondazione Cassa di risparmio di Trieste che prenderà una quota del 7%. Il governo di Parigi resterà nel capitale con la quota che già detiene del 33%, mentre la francese Dcns, con la quale Fincantieri collabora da anni nel settore delle unità militari di superficie, entrerà nella compagine azionaria con circa il 12%.

Crescere da italiani
Fincantieri vuole crescere e vuole farlo in fretta. Continuando a battere bandiera italiana: “Vogliamo continuare ad essere un’azienda che cresce, ma cresce nel rispetto delle proprie origini italiane e che si allarga semmai verso una prospettiva europea”, ha chiarito Bono, lasciando sottintendere il progetto per il consolidamento dell’industria navalmeccanica europea, che persegue da tempo. E questo anche al cospetto di numeri che parlano di un fatturato soprattutto estero. “Fino al 2020, prevediamo di crescere del 50%. Quindi una cosa immensa. I ricavi per area geografica sono soltanto per il 16% concentrati in Italia, la maggior parte è ovviamente militare. Mentre l’84% viene dall’estero. La stessa percentuale non si ripete sull’occupazione: il 41% dell’occupazione è concentrata in Italia, e il 59% all’estero”.

L’Oriente non fa paura
Ma aumentare peso e dimensioni non vuol dire smettere di guardarsi le spalle dagli altri cantieri, specialmente quelli asiatici. Fincantieri però può contare sul fatto di costruire navi superiori per qualità e tecnologia a quelle estere. “Noi”, ha chiarito Bono, “non subiamo al momento la concorrenza da parte dei cantieri dell’estremo Oriente, né da parte dei coreani, né da parte dei cinesi. Perché non fanno il tipo di navi che facciamo noi. Noi siamo sicuramente primi al mondo nella costruzione delle navi da crociera. Abbiamo quasi tutti i clienti del mondo, li serviamo noi. Siamo, per tecnologia e portafoglio prodotti, i primi sulle navi militari”.

L’importanza dell’Ipo
L’amministratore delegato del gruppo ha poi rivendicato la quotazione a Piazza Affari, avvenuta nel 2014. Un’operazione a detta del manager necessaria a rastrellare le risorse utili alla crescita e all’espansione, senza pesare sulle casse pubbliche, a dispetto del controllo statale del gruppo (il 71,6% è in mano a Fintecna, partecipata al 100% da Cdp): “Abbiamo sempre rivendicato con molta determinazione il fatto che le risorse per la crescita ce le dovevamo procurare noi. Io ho fatto la battaglia per fare la quotazione della società, e ho detto sempre agli interlocutori che si opponevano, che era immorale che lo Stato desse dei soldi per fare delle navi da crociera per mandare in vacanza i turisti”.

Il cruccio di Saipem
Eppure un rimpianto c’è nella testa di Bono. Un rimpianto chiamato Saipem. Il manager calabrese ha espresso un certo rammarico verso la scelta della società di infrastrutture energetiche di commissionare navi e piattaforme a player esteri. “Fino ad  oggi, malgrado gli sforzi, non si è riusciti a creare sinergie con Saipem che ha privilegiato negli ultimi anni la costruzione di navi e piattaforme presso produttori asiatici (Corea, Cina)”, si legge. Bono poi ha precisato: “Ho citato come esempio la Saipem, ma il riferimento è al fatto che l’Italia non riesce a fare sistema. Non lo fa il Paese, non lo fanno le industrie del Paese”.

www.formiche.net

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