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Impronte digitali

Di Maurizio Mensi
In Columnist
20/04/2017
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Cina e Giappone a confronto

Proprio in questi giorni, Pechino sta elaborando un piano nazionale di sviluppo in tema di intelligenza artificiale (IA) che prevede l’istituzione di uno speciale fondo per finanziare la ricerca di base e le sue applicazioni nella cyber-sicurezza e in vari settori dell’economia. Recentementi, influenti esponenti della business community, fra cui il fondatore di Baidu, il più importante motore di ricerca cinese, il proprietario dello smartphone Xiaomi e il fondatore di Geely Automobile, che è anche proprietario di Volvo, hanno rivolto un appello al governo affinché prenda l’iniziativa per definire politiche d’intervento e intensificare la collaborazione fra le imprese per il Next big thing. L’obiettivo è quello di sviluppare la R&S in tema di IA e promuovere la cosiddetta “industrializzazione della tecnologia” così da superare gli Stati Uniti come potenza globale. È significativo che, per esempio, il riconoscimento facciale di Baidu, basato sull’IA, sia stato annoverato dal Mit Technology Review fra le 10 migliori innovazioni tecnologiche del 2017. Il divario con gli Stati Uniti permane tuttavia ancora significativo, se si considera che negli Usa i fondi di venture capital per start up nel settore dell’IA ad oggi raccolgono 8.1 bilioni di dollari, mentre in Cina soltanto 1.1 (tale dato la colloca al secondo posto a livello mondiale).

Alquanto diversa è invece la situazione del Giappone che, a dispetto di una notevole capacità in tema di Ict, mostra tuttora una certa riluttanza a investire con decisione nel cyber-spazio, ancorché frequenti e poderosi attacchi (annus horribilis il 2011) mettano costantemente a rischio l’integrità delle sue infrastrutture critiche. Eppure i Giochi olimpici del 2020 costituiscono uno straordinario catalizzatore di energie e risorse e il primo ministro Shinzo Abe ha ancora di recente dichiarato di considerare la cyber-sicurezza uno degli elementi-chiave della sua azione di governo. Considerata semplice questione di carattere tecnico nel 2006, la cyber-sicurezza è diventata elemento integrante della politica nazionale solo nel 2009 e oggetto di una vera e propria strategia a partire dal 2012. Tuttavia giocano ancora a sfavore una burocrazia macchinosa (tatewary-gyoseibi – “compartimentalizzazione verticale”) e un sistema di difesa ancora basato sulla mera protezione dei suoi asset strategici che solo da poco tempo si è orientato verso una risposta di tipo militare nei confronti delle minacce cyber di origine statale (nella zona gli avversari più temibili sono Cina e Corea del Nord). Per ora sembra ancora prevalere il tradizionale orientamento difensivo, tuttavia diversi elementi inducono a ritenere che il Giappone possa a breve sviluppare avanzate capacità di attacco cyber (Strategia di sicurezza nazionale, ministero degli Esteri, 6 aprile 2016), nell’ambito della strategia “Società 5.0”.

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