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Numeri e silenzi su Ong, migranti e Libia

Di Stefano Vespa
In In Evidenza
20/04/2017
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I lavori dell’indagine conoscitiva della commissione Difesa del Senato sul ruolo dei militari italiani e delle Ong nel traffico di migranti stanno confermando che le certezze finora sono soltanto due: l’agenzia Frontex conosce i nomi delle Ong che ricevono direttamente le telefonate dai migranti già in mare, grazie a telefoni satellitari consegnati loro dagli scafisti, e tre procure (Palermo, Catania e Cagliari) stanno indagando in merito. Quei nomi saranno consegnati solo all’autorità giudiziaria, ha detto nei giorni scorsi il direttore di Frontex, Fabrice Leggeri, rispondendo a una precisa richiesta del presidente della commissione, Nicola Latorre (Pd), che sperava di conoscerli. Per il resto c’è parecchia nebbia.

Nello stesso tempo, seguendo le audizioni si coglie qualche differenza tra le diverse Ong nonostante le domande dei senatori (sempre più o meno gli stessi) siano analoghe. Finora le risposte-standard sono state le seguenti: i salvataggi avvengono solo in acque internazionali, nessuno ha mai ricevuto telefonate direttamente dai barconi, il coordinamento della sala operativa della Guardia costiera raccoglie le segnalazioni (dai migranti o da una delle navi, militari o delle Ong) e indirizza l’unità più vicina alla quale indicherà poi il porto verso cui dirigersi. Mercoledì 19 le Ong Sos Méditerranée e Life Boat hanno rispettato questo copione, respingendo le accuse di collusione con i trafficanti e dando l’impressione di limitarsi al minimo indispensabile nelle risposte oppure dimenticando le domande appena formulate perché non aveva preso neanche appunti, come nel caso di Susanne Salm-Hein di Life Boat. Non è stato il massimo del rispetto per il Senato della Repubblica.

Save the children ha invece dato un’impressione diversa: il suo direttore generale, Valerio Neri, è stato l’unico a ragionare anche sulla necessità di intervento nei Paesi di origine dei migranti verso i quali, ha detto, l’organizzazione destina l’85 per cento dei propri investimenti, oppure sull’ipotesi di campi profughi dell’Unhcr in Libia. Nel frattempo, negando di avere notizie su contatti tra altre Ong e i trafficanti, la missione istituzionale di Save the children resta il salvataggio dei minori. Quest’anno i loro dati indicano in 4.500 i minori già sbarcati, di cui 4 mila non accompagnati.

L’obiettivo politico dell’opposizione di centrodestra restano le linee di indirizzo politico date alla Guardia costiera che secondo Maurizio Gasparri (FI) hanno trasformato il fenomeno “dal soccorso ai naufraghi al supporto allo scafismo”. Gasparri ha avuto un momento di resipiscenza dopo aver invocato nei giorni scorsi la corte marziale per tutti i militari impegnati nelle operazioni di soccorso: “Rispetto totale verso il personale – ha detto –, è la filiera che produce effetti nefasti e non è colpa della Marina militare o della Guardia di Finanza”. In quel momento in commissione c’era il generale delle Fiamme gialle Stefano Screpanti, comandante del III Reparto, che avrà apprezzato, ma che ha anche fornito l’interpretazione autentica della Convenzione di Amburgo: in poche parole il soccorso in mare spetta allo Stato più vicino. Se però, come nel caso della Libia, lo Stato è inesistente, la responsabilità del soccorso spetta a chi ha ricevuto la richiesta di aiuto, quindi all’Italia. E la ricerca del porto sicuro riguarda sempre lo Stato che interviene. Un’interpretazione che si dovrebbe dare per acquisita e che quindi, se davvero si vuole ottenere qualche risultato concreto scevro dalle polemiche, dovrebbe sgombrare il campo dal perché i migranti arrivano solo in Italia: è un obbligo.

Gli ultimi dati del ministero dell’Interno, dopo l’enorme afflusso del week end pasquale, indicano in 35.244 i migranti sbarcati quest’anno fino al 19 aprile, il 39,39 per cento in più dell’anno scorso. Nella disastrosa situazione libica, gli inguaribili ottimisti guardano alla cerimonia che si terrà a Gaeta venerdì 21, quando quattro motovedette saranno consegnate alla Marina e alla Guardia costiera libica, cui seguiranno altre sei nelle prossime settimane. Ci saranno il ministro Marco Minniti (in foto) e il comandante della Guardia di Finanza, generale Giorgio Toschi. Si tratta infatti di guardacoste dismesse dalle Fiamme gialle negli anni scorsi, già consegnate ai libici, distrutte o danneggiate dopo la rivolta del 2011 e ora rimesse a nuovo. Dovranno servire ai pattugliamenti per fermare il traffico di esseri umani e soprattutto dovranno essere la prova di buona volontà da parte del governo di Tripoli. Gli alibi stanno finendo.

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